Parte dal San Martino la cura anti-doping

Francesco Guzzardi

Dopo lo scandalo del doping di alcune grandi squadre italiane, anche a Genova si lavora per contrastare la pratica del doping, soprattutto a livello dilettantistico. Matteo Bassetti, medico dell'Ospedale San Martino di Genova e membro della commissione biomedica dell'Associazione nazionale arbitri (AIA) e della Federcalcio, illustra il progetto di contrasto al doping, rivolto al mondo dei dilettanti. «Il progetto è partito nel 2005 - spiega Matteo Bassetti - ed è volto a sensibilizzare il problema del doping, prima ai settantamila arbitri della federazione e in seguito alle società dilettantistiche che sono quelle che hanno meno possibilità, rispetto a quelle professionistiche, di avere accesso alle informazioni sul problema del doping». Doparsi vuol dire imbrogliare e assumere sostanze che migliorano le prestazioni sportive sappiamo tutti che è vietato. «Questo programma - prosegue Bassetti - è importante perché vuole spiegare quali sono i reali effetti di queste sostanze. Le società professioniste hanno alle spalle fior di medici che spiegano quali sono queste sostanze ma a livello dilettantistico si conoscono poco e prevale una assoluta ignoranza in merito. Accanto alla classica anfetamina, che sappiamo tutti come migliori la prestazione, esistono sostanze come la cocaina, i cannabinoidi e altre sostanze che i giovani assumono nelle discoteche e che, al contrario di quel che si pensi, non migliorano affatto nessun tipo di prestazione sportiva e nella maggiore parte dei casi, addirittura peggiorano la stessa».
Conoscere quindi quali sono le sostanze proibite è importante per due motivi: la prima per non incorrere a sanzioni amministrative la seconda per tutelare la nostra salute e in particolare, quella dell'atleta. «Il cortisone, per esempio, è una sostanza proibita ma è anche vero che è una medicina curativa e se un atleta, per motivi di salute, deve essere curato col cortisone è giusto che lo faccia ma è ancora più giusto avvisare gli organi competenti». Oltre a questo il «programma anti-doping» prevede una informativa per quello che riguarda l'alimentazione, perché gli aspetti nutrizionali sono fondamentali. «Molto spesso si vedono sui campi di calcio di tutti i livelli, fare delle cose che non sono del tutto corrette, per esempio mangiare un panino mezz'ora prima della partita o bere acqua e/o bevande gasate alla fine è assolutamente deleterio e conoscere come comportarsi prima e dopo la partita di calcio, non può altro che essere d'aiuto».
Il programma di anti-doping e di nutrizione, che parte da ogni sezione italiana di arbitri (ne esiste una in ogni regione e non è per forza una città capoluogo di provincia) è rivolto in una prima fase agli arbitri che per mezzo di corsi e questionari verranno instradati alla divulgazione del problema, nella seconda fase organizzeremo dei corsi informativi presso tutte le società dilettantistiche che, attraverso la federazione italiana, riceveranno prima un opuscolo informativo e in seguito verranno organizzati incontri con dirigenti e giocatori. «Il progetto - conclude Matteo Bassetti - è sicuramente molto ambizioso, infatti i tesserati superano abbondantemente i due milioni e trovare i modi e le strutture per organizzare questi incontri non sarà facile. Per questo dovremo formare degli informatori per ogni regione che a loro volta informeranno tutte le società e siccome l'arbitro, a livello dilettantistico, porta sul terreno di gioco la figura della federazione, il primo obiettivo sarà quello di formare gli arbitri che per primi, informeranno le società e in seguito. Sicuramente un progetto importante che darà inizio ad una sorta di “informazione a cascata”».