Partire, un’esperienza mistificata dai luoghi comuni

Traccia: «Il viaggio: esperienza dell’altro, formazione interiore, divertimento e divagazione, in una parola, metafora della vita».

Odio viaggiare. Per di più, da qualche tempo m’è venuta paura di prendere l’aereo, anche se non so se è una vera e propria fobia o piuttosto una scusa per non dover affrontare simili «metafore della vita». Se avessi dovuto sostenere l’esame di maturità ieri mattina, avrei scelto senz’altro questo tema per lanciarmi in un'appassionata confutazione del mito del viaggio, e avrei rischiato la bocciatura per insensibilità, gusto della provocazione e pigrizia intellettuale.
Questo mito si fonda su luoghi comuni simili a quelli che intendono smentirlo: del tipo «ormai il mondo si è globalizzato, i ristoranti, i negozi, gli alberghi, sono tutti uguali...». Solo che i luoghi comuni demistificanti sono veri.
Per motivi di lavoro, ogni tre mesi mi piombano a Roma un paio di inglesi o americani, sempre diversi. È d’obbligo il tour by night. Mi sono specializzato: li porto a cena sempre nello stesso ristorante carinissimo. Seguono il gelato dalle parti di Piazza Navona, il lancio della monetina nella Fontana di Trevi, lo spettacolo hollywoodiano dei Fori Imperiali visti dalla terrazza del Campidoglio, il circuito automobilistico a settanta all’ora tra il Colosseo, San Pietro e il Gianicolo, lo struscio finale con birra a Campo de’ Fiori o a Trastevere... il tutto condito con la solita messe di amenità storiche: un profluvio di aneddoti su Mastro Titta, il Marchese del Grillo, Paolina Borghese, Sisto V, via Rasella e Mussolini.
Paonazzi, semiubriachi, sudaticci nei loro shorts e magliette, i malcapitati credono davvero di «aver fatto esperienza dell’altro» e per provarmelo ordinano stoicamente un caffè espresso invece del cappuccino. Quando mettono piede sul taxi che li dovrà riconsegnare all’aeroporto, abbozzano pure due parole in italiano con il conducente, che gli ruberà - è una scommessa su cui non c’è quota - almeno settanta euro, ma li gratificherà dicendo (in un inglese oxfordiano): «Your Italian is perfect!».
Ecco perché preferisco starmene a casa a vedere Discovery Channel o il figlio di Piero Angela che scala per me la piramide di Tulum: evito la mortificazione di accorgermi di essere circondato da italiani se sono in Marocco, di essere rapinato dai tassisti se sono in Messico, di dovermi rifugiare da Hard Rock Café se sono a Pechino. Sullo schermo tutto è come dovrebbe essere: diverso, appunto.
Nel VI secolo, un abate di nome Brandano salpò dall’Irlanda con un manipolo di confratelli. Si diressero verso ovest; la loro meta era il Paradiso terrestre. In mezzo all’Atlantico, s’imbatterono in isole infernali abitate da demoni-fabbri. Su uno scoglio, i monaci intravidero quello che sembrava uno strano uccello; ma quando s’avvicinarono, con loro grande sorpresa, scoprirono che si trattava di Giuda Iscariota. Il traditore spiegò che, grazie alla misericordia del Signore, ogni domenica e festivi gli era stato concesso di issarsi su quel sasso per riposarsi dalle fiamme dell’Inferno.
Allo stesso modo, io, sul divano di casa mia, col telecomando in mano, godo del refrigerium da una moderna specie di tormenti diabolici: quella del viaggio in Economy.