Partita a due pirandelliana nel Sudafrica di Peter Brook

Il regista inglese mette in scena il dramma degli esclusi con «Sizwe Banzi est mort»

Da alcuni anni Peter Brook, dopo aver esplorato il substrato delle più antiche civiltà del mondo, ha concentrato ogni sforzo nella disamina del Continente Nero. Dedicandosi in particolare al Sudafrica, culla a suo dire del primitivo insediamento umano. Nacque così Le costume, l'affascinante introspezione nella cultura della magia ancestrale, che formava un dittico con la solitudine dei protagonisti di Woza Albert!. Erano spettacoli desunti dalla viva parlata e dal mitico background di civiltà condannate dalla storia come la si pratica nel nostro privilegiato emisfero. Mentre ora, alla svolta degli ottant'anni, il regista si volge alla vera drammaturgia degli esclusi scegliendo una pièce scritta da John Kani e Winston Ntshona con l'essenziale contributo di Athol Fugard, da tempo sensibile ai problemi dell'emarginazione dei neri nelle township del Sudafrica.
Il titolo prescelto, Sizwe Banzi est mort riguarda l'alienazione dell'individuo non tanto dal gruppo etnico originario ma addirittura dal nome che porta fin dalla nascita. Infatti sulla scena spoglia dove vivono in disarmonia i rari oggetti essenziali all'azione, incontriamo un operaio della Ford (lo straordinario Habib Dembélé) che, dopo aver mimato il lavoro coatto che è obbligato ad adempiere si riscatta diventando fotografo perché crede che i corpi immortalati dalla lastra costituiscano il lasciapassare per un'analisi del comportamento, condizione essenziale per la liberazione dell'anima. Purtroppo il malcapitato presto comprenderà che il prezzo della libertà si riduce all'isolamento e che la cosiddetta libera impresa comporta il rischio di un'alienazione peggiore, quella della totale assenza di interlocutori, vale a dire clienti. Finché non si presenta alla sua porta un massiccio alter ego (Pitcho Womba Konga) che, nella sua lotta accanita per la sopravvivenza, ha preso il posto (e il nome) di un morto. In un audace rovesciamento prospettico di sapore pirandelliano destinato a risolversi in una partita a due che non avrà mai fine. I cultori dell'happy end obietteranno che Brook si limiti a scendere con straziante delicatezza nei meandri dell'anima. Ma a noi pare un segno di grande maturità espressiva che un artista, invece di predicare la rivolta s'incammini sulla stessa via del Conrad di Cuore di tenebra.

SIZWE BANZI EST MORT - di Fugard, Kani e Ntshona Regia di Peter Brook. In tournée europea, e per l'Italia a Sassari e Potenza, poi in Corsica