La partita in Libano comincia ora

Agli antisiriani la maggioranza assoluta in Parlamento, ma i contrasti tra fazioni aprono scenari pericolosi

R.A. Segre

L’ultima delle quattro tornate elettorali domenicali, nel Nord del Libano, si è rivelata ieri decisiva per il futuro del Paese. Il partito di Saad Hariri, 35 anni, figlio dell’ex premier Rafic Hariri, assassinato (con la probabile connivenza siriana) nel febbraio scorso, ha conquistato i 21 seggi indispensabili per raggiungere (fatto senza precedenti) la maggioranza assoluta di 72 deputati su 128 al Parlamento di Beirut. Questa vittoria ha avuto come prima e immediata conseguenza quella di bloccare l’ascesa politica dell’ex generale cristiano Michel Aoun, rientrato dopo 15 anni di esilio in Francia a seguito della sua fallita resistenza armata contro i siriani. Nessuno immaginava che questo «eroe» si sarebbe subito alleato con personalità musulmane pro-siriane spaccando, nel Sud, dove ha vinto 21 seggi, il fronte anti-siriano guidato dal patriarca Nasrallah Sfeir (e mettendo così in pericolo il movimento di Unione e rinnovamento nazionale nato dallo choc dell’assassinio di Hariri e dalla forzata ritirata delle forze siriane dal Libano dopo 29 anni di occupazione).
Una seconda conseguenza è la sconfitta a Tripoli, nel Nord del Libano, del potentissimo clan cristiano greco ortodosso di Suleiman Franjieh. Questo inossidabile politico libanese, legato a doppio filo con la famiglia del presidente siriano Assad, è il simbolo del più bieco settarismo politico-religioso. Ieri sera ha dovuto ammettere la sua sconfitta, affermando alla tv: «Ci inchiniamo davanti alla volontà del popolo». Saad Hariri - che rischia, prima ancora di assumere la carica di primo ministro, di finire «martire» come suo padre - deve ora affrontare il primo problema della distribuzione delle cariche istituzionali a seconda dei vari gruppi religiosi, incominciando dalla riconferma (già contestata) dello sciita Nabil Berri, capo della fazione islamica Amal, politicamente alleato a quella più radicale degli Hezbollah, alla presidenza del Parlamento che detiene da 13 anni.
La terza conseguenza è la destituzione del presidente dello Stato Emil Lahoud, uomo della Siria in Libano, il cui prolungamento anticostituzionale della carica era stato imposto da Damasco, che riteneva il suo mantenimento in carica essenziale. Infatti, come rivela il corrispondente dell’Herald Tribune da Beirut, i siriani, che hanno ancora il controllo dell’esercito e dei servizi segreti libanesi, sono intervenuti in queste elezioni pesantemente, dando ordini ai candidati pro-siriani. In alcuni casi, ha rivelato Samir Franjieh, membro del clan di Tripoli passato al movimento di Hariri, il generale siriano Mohammed Khallof ha addirittura minacciato alcuni membri dell’opposizione di rischiare la stessa fine toccata al giornalista Samir Kassir, assassinato due settimane fa, se avessero continuato ad appoggiare il movimento anti-siriano. Secondo fonte israeliane, la destituzione del presidente Emil Lahoud sarebbe tuttavia possibile se il Parlamento modificasse la Costituzione in modo da diminuire gli attuali larghi poteri del presidente dello Stato. In questo caso il partito di Hariri potrebbe appoggiare l’elezione del generale Aoun alla suprema magistratura, ottenendo un nuovo voltafaccia politico del vecchio generale.
Tutto questo, naturalmente, fa parte del futuro. E se c’è una cosa che queste elezioni hanno dimostrato è che la Siria non intende accettare di buon grado una nuova sconfitta politica in Libano. Per Damasco - come per Saad Hariri - la partita per l’indipendenza libanese è solo all’inizio.

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