La partita Mediobanca-Generali inizia da Rcs

Prime avvisaglie del nuovo grande accordo che andrà trovato sull’«asse» bancario Bazoli-Geronzi. Il ruolo di Profumo e lo strappo all’Abi

Marcello Zacché

da Milano

Come ogni parto anche questo durerà 9 mesi. In ottobre l’assemblea di Mediobanca è chiamata a rinnovare presidente e vari consiglieri. In aprile quella delle Generali, controllata da Mediobanca, deve rifare l’intero cda. Mentre il 12 settembre il consiglio della Rcs approverà la semestrale: occasione ideale per decidere la sorte del vertice del gruppo editoriale del Corriere della Sera dopo il commissariamento dell’ad Vittorio Colao.
È il calendario entro il quale i cosiddetti «poteri forti» sono chiamati a partorire il loro prossimo mega accordo. Il primo dell’era Prodi. Perché di questo si tratta: le grandi banche e i big industriali privati si intrecciano e bilanciano sull’asse Mediobanca-Corriere-Generali.
In breve: la Banca Intesa di Giovanni Bazoli è presente in Generali e nel Corriere. Unicredit presidia Mediobanca e le Generali. La Capitalia di Cesare Geronzi sta con Unicredit in Piazzetta Cuccia, ma anche nel capitale della compagnia triestina e in Rcs. Sul fronte imprenditoriale due i protagonisti: la più grande azienda industriale, la Fiat, e il big dei servizi, Pirelli-Telecom. A cui si aggiunge, per il peso delle sue partecipazioni, la FonSai di Salvatore Ligresti. Tutti stanno in Mediobanca e Rcs, con Ligresti socio anche a Trieste (dove ha chiesto da tempo di entrare nel cda). Per questo il caso Colao può innescare una reazione a catena: l’ex capo di Vodafone è arrivato al Corriere 2 anni fa come risultato di un certo accordo, che rappresentava a sua volta un tassello di un equilibrio più ampio. Allora: se salta un tassello qualcuno può chiedere di rivederne anche altri.
Due i dominus del gioco: il prodiano Bazoli a Milano, e Geronzi a Roma (il cui baricentro è più verso il centrodestra). Meno esposto Alessandro Profumo, capo di Unicredit, manager che predica il distacco dai centri del potere. Ma che non per questo se ne disinteressa. Lo ha dimostrato l’elezione del presidente dell’Abi, Corrado Faissola, che Bazoli ha saputo imporre incurante del dissenso di Profumo. E nella polarizzazione che si è creata, Capitalia ha colto l’occasione per schierarsi dalla parte di Unicredit (ieri, al primo esecutivo, mancavano sia Profumo sia l’ad di Capitalia Matteo Arpe). Creando un asse fino a quel momento inedito e forse non privo di conseguenze. Basta immaginarne una: cosa potrebbe succedere se, come lo stesso Bazoli non esclude, il risiko bancario passasse da un’Opa ostile di Intesa su Capitalia? L’equilibrio in Mediobanca e Generali salterebbe come un tappo di Champagne e la chiamata «alle armi» sarebbe immediata.
La partita è soprattutto questa. Partita bancaria. Anche perché è oggettiva l’attuale debolezza di Fiat e Pirelli. Prendiamo Marco Tronchetti Provera, patron di Pirelli e Telecom: i titoli della società di tlc sono ai minimi da due anni e valgono meno della metà di quanto li ha pagati. Una minusvalenza per ora sterilizzata nel bilancio. Ma per quanto potrà continuare così? La Bicocca inoltre, per onorare i suoi impegni e mantenere il controllo sulle tlc, deve tirare fuori, di qui a fine anno, oltre 1,2 miliardi, per darli proprio alle banche. Una situazione che costringe Pirelli a cedere le partecipazioni non strategiche per fare cassa. Compresa quella dell’1,8% in Mediobanca. Esattamente come vuole fare l’ad del Lingotto, Sergio Marchionne che, sulla strada della ristrutturazione Fiat sta sacrificando il sacrificabile. Quota di Mediobanca (sempre l’1,8%) compresa. I tentativi del presidente Fiat, Luca di Montezemolo, di tenere elevato il peso specifico del gruppo sono costanti.
Lo dimostra l’attivismo sul Corriere, dove due nomi possibili per la sostituzione di Colao sono entrambi graditi a Montezemolo: l’ad della Stampa Antonello Perricone (candidato anche prodiano) e quello del Sole-24 Ore Claudio Calabi (che piace pure a Geronzi). Ma l’impressione è che Montezemolo pesi di più «ad personam», cioè come presidente di Confindustria (fino al 2008) che come presidente Fiat. Avviata a fare solo automobili.