È una partita persa trionferà il business

Gli interessi spazzeranno via tutti questi ipocriti appelli

Ecco servito chi credeva, o fingeva di credere, che concedere alla Cina le Olimpiadi del 2008 avrebbe accelerato il processo di democratizzazione in quel Paese.
Le condanne a morte si susseguono incessanti, ben più che in qualsiasi altra parte del mondo; lo sfruttamento della manodopera a basso costo, così vantaggioso anche per l'Occidente, continua implacabile; la democrazia appare un lumicino sempre più lontano alla fine di una strada interminabile. E adesso ecco l'ennesima, violentissima, repressione in Tibet, già annesso con la forza e che - con la forza - si vuole svuotare completamente della sua mite cultura millenaria.
L'unica risposta possibile, sarebbe un boicottaggio massiccio delle Olimpiadi. Ma so bene l'inutilità di qualsiasi appello in questo senso, visti gli interessi in ballo. L'Occidente intrattiene con la Cina affari lucrosi che non ha nessuna voglia di compromettere; le Olimpiadi stesse, poi, sono un business cui nessuno intende rinunciare. Purtroppo lo sanno bene anche i leader cinesi, e la prova è proprio quanto sta avvenendo in questi giorni in Tibet: sanno che i «fermi» appelli e le «dure» condanne, espresse da questo o quel governo, rimarranno parole. Che non serviranno a niente, se non si faranno seguire i fatti.
Eppure il precedente delle Olimpiadi di Berlino del 1936 dovrebbe far riflettere. Certo, non sarebbe bastato un embargo ai giochi per fermare Hitler: ma gli avrebbe dato un segnale forte sulla volontà di resistere alle sue politiche espansioniste e razziali, oltre a impedirgli di presentarsi al suo popolo come un capo universalmente riconosciuto.
La vita civile non è e non può essere a compartimenti stagni, da una parte la politica, dall'altra l'economia, dall'altra ancora lo sport, visto come terreno neutro. L'unico modo che l'Occidente ha di vincere le prossime Olimpiadi è di non prendervi parte. Non accadrà, e sarà un'occasione perduta.