La partita sbagliata di Santoro

Caro Michele,
ho pensato a lungo prima di prendere carta e penna, ma un dovere di franchezza per il rapporto che abbiamo da diversi anni, mi costringe a farlo. L'altra sera, dopo la prima puntata della nuova edizione di Annozero, sono andato a letto amareggiato per quello che avevo visto: un processo ingiustificato al povero Mastella, forse incorso nell'eccesso di presunzione delle proprie capacità di sostenere un contraddittorio così polifonicamente schierato contro di lui. Quando, all'ultima provocazione di Vauro che lo ha chiamato, irridente, «madre Mastella di Calcutta», ha preso cappello e se n'è andato, tu hai alzato ulteriormente i toni con accenti tribunizi per dire che «basta! l'aria è cambiata, e i politici devono avere il coraggio di accettare il confronto con chi li critica, con la società civile», senza restare seduti a discutere e dialogare tra loro. Se era, come credo, un messaggio trasversale ai conduttori di altre trasmissioni televisive (da Ballarò a Porta a Porta), credo che l'abbia capito un’esigua minoranza dei tre milioni di telespettatori sintonizzati in quel momento sul tuo programma. Il primo e più diretto messaggio che è passato è stato quello di un agguato ad un ministro del centrosinistra non perfettamente allineato con le posizioni della sua coalizione e, certamente, con quella «società civile» lì convocata con una selezione univoca e parzialissima (non esistono associazioni, movimenti, altri giovani critici sui Pacs e i Dico?), non certo stemperata dalle risposte del campione Swg che, come spesso capita, reagiscono in tempo reale e, perciò, sull'onda emotiva delle opinioni rappresentate - o non rappresentate - in diretta.
Forse, facendo della dietrologia spinta, oltre a voler recapitare i tuoi messaggi a Bruno Vespa e Giovanni Floris, proprio nel giorno delle nomine bocciate in Cda, ne hai voluto inviare uno ai massimi dirigenti della Rai, nel tentativo di palesare la contraddizione di una rete in cui il programma di politica più forte è condotto da te, è guidata da un direttore come Antonio Marano (che, comunque, non ha certo fama di censore). Comunque sia, bastava cambiare canale e passare su Raitre dove, pochi minuti dopo, si poteva vedere un Maroni sornione e insinuante, ospite di una complice Bianca Berlinguer, teorizzare le maggioranze variabili e decretare la fine della Casa delle Libertà, definita semplicemente un «patto di legislatura». Dunque, se fosse reale, anche quella tua preoccupazione potrebbe risultare superflua.
Per tornare ai contenuti espliciti della puntata, si è visto un vecchio e lungo reportage sul Gay pride del Duemila trasferito di sana pianta a sette anni dopo, tutto virato in chiave anti-Vaticano con accenti vagamente blasfemi; si è ascoltata una lettera aperta, e pretestuosa, di Travaglio ad Andreotti, reo di aver votato contro il governo Prodi a causa della sua ambiguità sui Dico e le unioni omosessuali, al quale sono stati nuovamente imputati i suoi incontri spericolati con Riina; si è assistito a raffiche di domande, vignette - alcune delle quali molto offensive nei confronti della Chiesa - e provocazioni varie a Mastella... Senza fare del moralismo a buon mercato, oltre una rappresentazione delle posizioni più equilibrata, quello che è mancato è il senso di rispetto per un'istituzione che ha duemila anni di storia, per un ministro della Repubblica italiana (che ha corso il rischio di venire ospite, pur da posizioni scomode) e per un uomo, Andreotti, che alla sua veneranda età, ha accettato di sottoporsi al giudizio insindacabile della magistratura presenziando a tutte le sedute processuali che lo riguardavano, il tutto dopo quarant'anni della carriera politica che conosciamo. In una parola, Annozero dell'altra sera è stata un pezzo di televisione ribollente, intollerante e poco democratica.
Concludo con due notazioni. Senza bisogno di entrare in considerazioni troppo personali, fidati sulla parola, non sono una persona insensibile alla drammaticità della questione omosessuale. Tanto per fare un esempio su cui potrai riflettere anche tu, negli anni '70 e '80 ho seguito da vicino il tormentato percorso umano e artistico di uno come Giovanni Testori, forse il più grande drammaturgo e autore teatrale della seconda metà del Novecento, fino a prima della conversione portato in palmo di mano dalla cultura democratica e progressista e poi fastidiosamente scaricato allorché aveva assunto posizioni antiabortiste. Infine, rimosso dopo la morte.
Dunque, caro Michele, sono rimasto male. Anche perché, in questi anni, ti ho riconosciuto qualità professionale e coerenza - anche paradossale - come quando hai rinunciato all'incarico di parlamentare europeo per tornare a impugnare il microfono nella prima puntata di Rockpolitik, programma al quale collaboravo. Stavolta no, non sono disposto a spezzare nemmeno una freccetta in tuo favore. Lo dico con dispiacere, e credo che anche a te convenga ammettere che, a volte, anche un grande giocatore può disputare una partita tutta sbagliata.