Partiti gli All Blacks, Milano resta senza rugby

Caro sindaco, carissimo assessore. Parliamone oggi, perché ieri era ancora il giorno della festa. Dopo gli ottantamila a San Siro e i tutti neri fatti neri dai nostri meravigliosi gladiatori. Sconfitti nel punteggio, non nell’orgoglio.
C’era anche il cielo giusto sabato a Milano. Se avete sentito qualcuno lamentarsi perché mancava il sole, beh quello non era un vero appassionato di rugby. Chi la palla la ama ovale, ama anche il cielo di piombo. La fanghiglia, l’umido che taglia il fiato ed entra nelle ossa e nel cuore, la nebbia degli orizzonti bassi. Quelli del Nord, siano i Paesi o le regioni d’Italia, dove i gentiluomini che giocano lo sport «da bestie» è nato ed è religione. Terre dove la pioggerellina rende più morbido il prato da assaggiare a ogni placcaggio. Dove anche il colpo più duro è incassato con la sopportazione di chi sa che quel dolore è il benvenuto. Sicura espiazione per qualche peccato, di gola o d’altro, già commesso. O magari ancora da commettere. Popolo strano quella del rugby. Poco abituato a lamentarsi. Sicuramente mai a farlo con l’arbitro. Non perché sia vietato (e lo è, perché l’autorità merita rispetto), ma perché è da gente da poco. Come andare a chiamare papà quando le si prende in cortile. Il colpo ricevuto si restituisce. E basta.
Ecco perché quando i rugbisti parlano è bene ascoltarli. Vuol dire che hanno qualcosa di importante da dire. Importante per loro, ma soprattutto per la comunità in cui vivono. La «polis» si potrebbe osare in greco. E allora la politica. Perché per loro quel che viene prima è la società. Il gruppo, insegnano gli allenatori ai piccolini. Chi resta solo non va lontano. Le prende ed è finita lì. Se si dà una mano agli altri, gli altri daranno una mano a te. Chi chiede una mano è perché tante mani ha già dato. Senza mai chiedere nulla in cambio. E ora a voi, sindaco e assessore, chiedono una cosa semplice. Di non dimenticarvi di loro oggi che è lunedì. Oggi che quelle «starlette» degli All Blacks hanno portato il loro baraccone di sponsor e tivù lontano da qui. Oggi che i rugbisti rimangono ancora una volta soli. Con i loro problemi e i loro sogni. Il rugby, vi vogliono dire, non è la nazionale. O, meglio, non è solo la nazionale. Non è la «haka», non è San Siro pieno. A Milano è lo stadio per allenarsi che non c’è. Prima di pensare a uno stadio («solo per il rugby») grande e impossibile, guardiamo il Giuriati fatiscente rimasto ai pionieri del rugby anni Sessanta. Alla difficoltà di offrire a chi si vorrebbe avvicinare a uno sport meraviglioso, un campo in cui giocare. Mica la moquette di San Siro dove finire per terra è quasi un piacere. Ma nemmeno il solito sabbione che graffia gambe e faccia. E spesso non c’è nemmeno quello. Nello spelacchiato Crespi di via Valvassori Peroni, sono costrette ad allenarsi tre squadre. Non c’è nemmeno uno spiazzo dove correre. Sognando una finta al maori largo come due ante d’armadio. Perché il rugby è uno sport che vive di sogni. È solo quella la benzina che fa dimenticare la fatica, i lividi, le ammaccature. E togliere i sogni è ciò che di più brutto si possa fare. Soprattutto se si amministra una città. O, meglio, una «polis».
giovanni.dellafrattina@ilgiornale.it