Il partito degli statali

Un vecchio deputato una volta disse: «In campagna elettorale devi fare fessi i nemici, perché tanto gli amici ti votano lo stesso». Veltroni sta sicuramente applicando questa regola alla lettera, sventolando un programma-fotocopia a quello del Pdl e mettendo sotto i riflettori gli imprenditori che si sono prestati al suo gioco come Colaninno e Calearo (quest’ultimo poi, come si è visto in quella che probabilmente sarà la sua ultima apparizione televisiva a Ballarò, credibile come un leone dipinto di bianco per farlo sembrare pecora).

Il vecchio deputato però concludeva così il suo consiglio: «Ovviamente il giorno dopo che sei stato eletto deve tornare tutto come prima, altrimenti ti giochi la base». Il punto debole dell'operazione di immagine di Veltroni è proprio qui: ormai l'elettorato è ben informato e tutti sanno che la base poi chiede il conto. Il Sole 24 ore ha presentato ieri un sondaggio tra i lavoratori dipendenti dove appare netta la preferenza del Pd tra gli statali mentre il Pdl prevarrebbe fra i dipendenti privati: diciamo che non si tratta di un risultato sorprendente e fotografa bene i limiti del maquillage veltroniano; la base del Pd rimane quella e quelli sono gli interessi che non saranno mai toccati dovesse mai la sinistra tornare al governo, con buona pace del professor Ichino, pronto a fare la fine di altri intellettuali come Boeri e Ricolfi, utili prima del voto e fastidiosi dopo. È più interessante se mai analizzare il perché della preferenza del Pdl fra i dipendenti privati e le ragioni di una presenza significativa, se pur minoritaria, del centrodestra anche tra i lavoratori impiegati nel pubblico.

Ebbene, è probabile che fra costoro vi sia una buona parte di individui desiderosi di cambiamento, speranzosi di vedere il proprio merito riconosciuto e remunerato, invece di subire l'inerzia dell'apparato sindacalizzato che vede con fastidio l'iniziativa del volenteroso. Nel settore privato, specialmente in un tessuto di imprese medio piccole, il concetto di partecipazione del lavoratore alle fortune dell'azienda, anche se molto lontano dal modello anglosassone, si sta facendo strada: non stupisce quindi che le parole di Berlusconi, relative alla detassazione dei premi di produzione e delle componenti dello stipendio legate al merito, possano trovare terreno fertile, estendendosi anche a quelle fasce di lavoratori statali che sanno di valere di più e che vorrebbero poterlo provare. Sono finiti i tempi in cui si stampava debito pubblico per coprire gli appetiti delle varie clientele: il prossimo governo si troverà per le mani una situazione disastrosa in presenza di una crisi economica per certi versi senza precedenti e le spese approvate da Prodi, quali i 10 miliardi per lo «scalone», risalteranno in tutta la loro abnormità.

Occorrerà fare delle scelte severe e non è detto che anche la severità basti: la speranza è che finalmente appaia evidente a tutti che l'unica cosa che verrà premiata sarà il merito e che il Paese trovi la forza di levarsi di dosso cinquant'anni di ruggine. Cinque anni sono tanti: Veltroni non lo potrà mai fare perché è il contrario degli interessi della sua base. La palla quindi è nel campo del Pdl, la porta è piccola, il portiere è forte e l'arbitro è venduto, ma bisogna segnare per forza. È davvero l'ultima speranza.
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