Partito dell’amore Franceschini scende in guerra

Silvio Berlusconi lancia il Partito dell’amore e loro, i «democratici», annunciano guerra. Con il duplice obiettivo di ostacolare il premier nel cammino delle riforme e di disarcionare il loro stesso segretario, Pier Luigi Bersani, che ha aperto al dialogo. Il primo a indossare l’elmetto è stato Dario Franceschini, l’ex leader pro tempore del partito, che, lungi dall’essersi rassegnato alla sconfitta, dimentica il suo passato di ex dc moderato e insegue Antonio Di Pietro sulla linea dura: «La durezza dello scontro politico è sintomo di una democrazia sana». Ma nella trincea del Pd ci sono anche Walter Veltroni, Rosy Bindi e Ignazio Marino, che chiudono le porte al confronto, denunciano l’«inciucio» e dichiarano guerra all’ala dialogante che nel partito fa capo a Bersani e a Massimo D’Alema. A dettare la linea sempre lui, il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, che alza i toni accostando il Partito dell’amore a un rischio di «stupro».