Il Partito democratico è già sul binario morto

Incertezza a sinistra sulla nuova formazione. Fassino: mi ricandido a segretario Ds perché credo nel progetto unitario

da Roma

Come uscirne? L’intrigo denominato attualmente «Partito democratico» è giunto a un’altra delle sue fasi topiche. La partecipazione di Romano Prodi al congresso del Pse di Oporto, vissuto come un «trappolone» dalle componenti maggioritarie della Margherita, ha avuto l’effetto di un balenio di luce in una stanza tenuta da tempo al buio. Come il passo evangelico ricordato a Prodi dal socialista Valdo Spini, sarebbe il momento che «sia il vostro sì sì, il vostro no no». E invece durante tutta la settimana l’«intrigo Pd» sarà rilanciato con tutta la sua dose di inesplicabile retorica dai suoi massimi leader. Senza sciogliere i nodi di fondo su che cosa sarà il nuovo partito. Laico o cattolico? Parte della famiglia del riformismo europeo, quello socialista, oppure no?
Se la kermesse nazionale di tutti i responsabili locali ulivisti, in programma oggi a Roma, rischia di tradursi nell’ennesima babele di lingue per nascondere lo stallo, ieri Piero Fassino è tornato nel suo piccolo a lavorare alla «torre» del Pd. In un’intervista televisiva ha ribadito che al congresso dei Ds in primavera lui sarà candidato, così da sostenere al massimo l’opzione verso il Partito democratico. «Ci sono le condizioni per restare», ha detto Fassino. Una scelta scontata, visto che il segretario non era stato incluso nel governo per dedicarsi alla difficile transizione dei Ds verso il nuovo partito. Fassino non può, allora, che crederci ancora e nel frattempo allevare una leva di trentenni, «che hanno tutte le qualità per assumere presto un ruolo dirigente pieno in questo partito». Il problema sarà la forma futura che i Ds assumeranno, visto che qualcuno torna a parlare di «Fed», la Federazione tra Quercia e Margherita che nacque già morta un anno e mezzo fa.
Nessuna certezza del domani e il povero Fassino fa quel che può: nella stessa intervista ha sottolineato come dal congresso del Pse «sia venuto un riconoscimento dell’importanza del progetto del Pd in Italia» e smussato gli angoli dell’adesione dei post-democristiani alla famiglia social-riformista europea: «Non chiediamo alla Margherita un’adesione alla socialdemocrazia, ma di valutare il fatto che il Pd non può essere isolato e solo in Europa e nel mondo. Deve stare con le forze riformiste e anche il Pse se ne rende talmente conto che ha cambiato il suo statuto. Non è stato un fatto burocratico...». Ma su una possibilità del genere, dopo il franco no di Rutelli, ieri si è aggiunto anche il «non possumus» di Ciriaco De Mita, che se l’è presa con Schultz e tutti i socialisti «che ci chiedono di convertirci, ma ci si converte a una fede, non a una superstizione».
Il progetto prodiano è così ancora una volta impantanato, e non è un caso che l’evento capiti quando anche il governo subisce i rovesci di scelte sgradite a una parte del mondo cattolico, a cominciare dai Pacs. Così il premier è tornato a evocare l’«impazzimento» generale, spiegando che esso si manifesta quando tutte le componenti di un Paese «sono separate». Lo stesso ha ribadito Giuliano Amato, a proposito della «preservazione delle identità precedenti ormai diventata più importante di quella identità comune che invece bisognerebbe trovare». Un «allarmato appello» affinché si acceleri sul Pd, altrimenti «rischiamo un’ondata di antipolitica che può travolgere tutto, una deriva populista, l’avvento di un Pim Fortuyn italiano, che mette insieme tutte le rabbie diffuse nel Paese e finisce per sfasciare culture, partiti e istituzioni». Roba da far tremare i polsi.