Il Partito democratico paralizza la sinistra: «Indispensabile, anzi no»

Tre convegni dell’Ulivo accendono il dibattito sul nuovo soggetto. Nei Ds il Correntone minaccia di andarsene, mentre il dl Franceschini gela tutti: «Qualcosa non funziona»

Gianni Pernnacchi

da Roma

Ce la farà a veder la luce, il Partito democratico? Fresco di stangata ci proverà a giorni Romano Prodi in persona a dare un impulso al parto, con un «seminario» dell’Ulivo programmato ad Orvieto. Gli auspici però non sono tra i migliori, dal momento che tra i promotori si registra un corto circuito, anzi un vero e proprio black out nella comunicazione interna, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore invece, dunque la più verosimile, la concorrenza interna raggiunge già livelli paralizzanti, par che le correnti si facciano guerra prima ancora di aver formato il loro partito. Tant’è che ieri si sono conclusi tre convegni, tutti e tre convocati negli stessi giorni, in tre città diverse ma tutte ad un tiro di schioppo l’una dall’altra, da tre gruppi distinti di «convinti» ulivisti. Se «comunicano» così bene adesso, se filano d’amore e d’accordo mentre s’annusano, figurarsi quando e se lo avranno fondato, questo Partito democratico.
A chieder lumi rispondono tutti e tre che trattasi di coincidenza, non di sgarbo voluto. Tant’è che venerdì ad Assisi si son riuniti i Cristiano-sociali di Mimmo Lucà, ormai una componente della Quercia, alla Cittadella Ospitalità di Assisi per il quarto convegno nazionale di studi dal titolo «Partito dell’Ulivo. Cantiere aperto». Stesso giorno stessa ora, nel Palazzo del Capitano del popolo di Orvieto l’Associazione libertà-eguale, corrente liberal dei Ds guidata Enrico Morando, apriva un’assemblea dedicata al «Partito Democratico, unità da innovazione». In simultanea con questi due rami della Quercia ulivista, a Chianciano si riunivano i popolari della Margherita radunati da Pierluigi Castagnetti, anch’essi a giurare che «noi il Partito democratico lo vogliamo fare, e lo vogliamo fare seriamente»; ma forse per remar contro o frenare, se un loro ritornello usuale sul partito unitario ripete che «non vogliamo fare la fine che i cristiano-sociali hanno fatto nei Ds». Cosa che irrita alquanto la cristiansociale Donata Lenzi che reagisce: «Ma senti chi parla: proprio loro che hanno già cambiato tre casacche».
Par che i tre non si siano scambiati altri messaggi augurali, e l’unico collegamento è stato garantito dal segretario dell’Asp, i giornalisti parlamentari, che un giorno ha moderato un dibattito ad Assisi e il giorno dopo a Chianciano. Però, ieri, alle conclusioni, ad Assisi Lucà ha proclamato che «il nuovo soggetto politico deve farsi senza se e senza ma», anzi, se il parto dovesse tardare ancora per responsabilità della Quercia, «diventerà per noi impossibile restare nei Ds»; ad Orvieto Morando ha avvertito che «nel 2010» ci vorranno ancora le primarie «per eleggere un nuovo leader e candidato alle politiche». A Chianciano, invece, Giuseppe Fioroni ha ribadito che il Partito democratico va bene purché sia «un luogo dove i cattolici si possano sentire a casa propria, e non ospiti sgraditi»; Dario Franceschini ha fatto notare che da quando c’è «il bipolarismo, dal ’94 ad oggi, i protagonisti, e non parlo di singoli ma di gruppi dirigenti, sono gli stessi: c’è qualcosa che non funziona»; e Francesco Rutelli, per rispondere ad altri due ulivisti del calibro di Massimo D’Alema e Piero Fassino, ha ribadito che «l’approdo del Partito democratico non può essere il Pse», poiché «è una casa che rispettiamo profondamente, ma è inadeguata».
Be’, già l’idea del Partito democratico non piace nel resto dell’Unione, nei Ds il Correntone minaccia di andarsene se provano anche solo a concepirlo, nei gruppi parlamentari dell’Ulivo è un continuo rincorrersi tra chi preme sul freno e chi sull’acceleratore, ora fanno i convegni sullo stesso tema ma in concorrenza, ancor più forte proprio tra i credenti del «cattolicesimo democratico». Volete sapere quanto interessa ai cristiani praticanti (cioè la gente che va in chiesa almeno la domenica) il Partito democratico? Secondo un sondaggio della Svg illustrato da Lucà, lo voterebbe il 36%, no altrettanti, sì ma «a determinate condizioni» il 22%. E poiché pure tra i protagonisti le «determinate condizioni» sono troppe e variegate, la luce del Partito democratico è soltanto un lumicino.