Partito democratico, il progetto spaventa anche i socialisti europei

Schultz, capogruppo Pse a Strasburgo: se nascerà sarà con noi, almeno spero Francesi increduli: i Ds prima volevano farci eleggere Amato e ora vanno via?

nostro inviato a Strasburgo

«Nuovo partito? Non credo, non mi risulta...» strabuzza gli occhi Martin Schulz, presidente del gruppo socialista all’Europarlamento che ha ormai gettato alle spalle la somiglianza a un «kapò» evocata da Berlusconi ma che, evidentemente, con gli italiani ha sempre qualche problema. «E poi se anche lo facessero, so che sarebbero con noi, nel Partito socialista europeo». Pare non voglia proprio crederci che nei documenti preliminari alla costruzione del Partito democratico si butti là che la nuova formazione deve spingere per creare una nuova «cosa» assieme ai socialisti sì, ma distinta dalla vecchia casa madre.
Come dargli torto? In un emiciclo che festeggia quel Giorgio Napolitano che del Pse è stato una colonna, eccoti l’irrompere della possibilità di una rottura clamorosa. «Ah, les italiens - borbotta un socialista transalpino pregando di non fare il suo nome -, prima mandano Amato a correre per la guida del Pse, poi ci fanno sapere che dobbiamo aprire ai prodiani che avevano annunciato un loro partito un paio d’anni fa e ora... eccoli a dirci che sì, forse se ne vanno ma che è un trucco perché poi rientreranno più forti di prima». «C’è da dire che siete sempre i primi eredi di Bisanzio», ride.
Ma c’è anche chi fatica a non sghignazzare. Prendete Achille Occhetto, fondatore del Pds che poi ha perso la «p» per strada:
«Nel ’92, a Berlino, con un Craxi recalcitrante, riuscii ad entrare nel Pse dalla porta principale. E a distanza di 15 anni che mi tocca vedere? I Fassino e i D’Alema che in Italia predicano il bipolarismo e che in Europa preferiscono invece uscire da quel sistema per ritornare osservatori. Cose da pazzi... dicevano di voler guardare avanti e non si accorgono di andare a marcia indietro».
Ma come stanno davvero le cose? Il documento stilato dai saggi incaricati di creare le radici al Pd dice che in Europa bisogna appunto costruire una cosa nuova, possibilmente assieme al Pse. E Nicola Zingaretti, segretario romano della Quercia si sente al sicuro: «Qual è l’unico partito citato? Il Pse. E lì va a chiudersi la nostra rincorsa, non c’è dubbio. Il problema ce l’hanno altri». Chi? «No comment», replica, ma lo vedi chiaro come il sole che pensa a Rutelli, Prodi e compagnia bella. Con lui Pasqualina Napoletano che al solo sentir parlare di fuoriuscita diviene quasi una belva: «socialisti siamo!». Anche Giovanni Pittella, gran conoscitore di bilanci europei, non si smuove dall’idea che nel gran partito europeo dei socialisti si resti e si aumenti: «semmai è dal suo interno che proveremo a costruire qualcosa di nuovo e più grande» si limita a concedere.
Ma dall’altra parte, nel cuore antico della Margherita, si replica allo stesso modo. Pse, no grazie. E a spiegar perché ci pensa Lapo Pistelli che invoca un minimo di logica: «Ma vi pare che si possa cominciare dall’Europa? Prima costruiamo il Pd, e solo poi vediamo dove collocarlo. Certo, il documento che gira ha creato qualche equivoco per la scelta, forse voluta, di una certa confusione sull’argomento. Ma non possiamo pensare che sia l’Europa a risolvere i nostri problemi. Prima ce li sciogliamo da soli, e poi si vedrà il punto d’approdo».
Il prototipo di soluzione, in realtà, già ci sarebbe. Ha nome Lilli Gruber che sta sì nel Pse, ma da indipendente visto che non era iscritta ad alcun partito prima dell’elezione all’Europarlamento. «Volevo un partito europeista e di centrosinistra e visto che tra i liberali, dove sono finiti altri prodiani, ci sono parlamentari che invece nel loro Paese stanno col centrodestra, ecco che ho scelto il Pse. Ma senza iscrizione. Dipendesse da me? Facile: farei l’Ulivo anche a Strasburgo». Ma in Alsazia, così come in Belgio, non è affatto facile crescere quella pianta. Ci hanno provato. Ma gela e muore.