Partito democratico a senso unico la Quercia impone tutte le regole

Letta: con queste norme devo valutare se candidarmi. La Bindi: deciderò presto se presentarmi. L’ex dalemiano Rossi: «Nel Sud l’unità fra Ds e Margherita c’è per gli affari»

da Roma

A tre mesi dalla fatidica scadenza delle primarie, il comitato promotore del Partito democratico scioglie il rebus delle regole per quella che sarà, a tutti gli effetti, l’elezione del nuovo leader dell’Ulivo. Che ha già un nome e un cognome, Walter Veltroni, e un regolamento costruito a sua misura.
C’è stata battaglia, nella riunione fiume di ieri pomeriggio, e una strenua resistenza dei prodiani che volevano buttare in pista candidati alternativi a Veltroni: da Rosi Bindi a Enrico Letta, dopo la rinuncia ufficiale di Pierluigi Bersani. Ma alla fine, «a larga maggioranza» come ha constatato Romano Prodi, ha finito per prevalere la linea del sindaco di Roma. Regole ad hoc per una candidatura che - con più o meno entusiasmo - i ds e gran parte della Margherita hanno deciso di blindare.
Il 14 ottobre non ci sarà dunque quel «voto disgiunto» tra Assemblea costituente e segretario che la Bindi (spalleggiata dal ministro della Difesa Parisi) aveva caldeggiato, sostenendo che «non si può puntare a scoraggiare candidature alternative». Dal canto suo Rosy Bindi ha detto che scioglierà la riserva sulla propria candidatura «nei prossimi giorni». La ragione dell’emendamento proposto dalla ministra per la Famiglia era chiara: con il collegamento obbligatorio tra liste e candidato segretario, si finisce per penalizzare chi - come lei - in caso di discesa in campo non potrebbe contare sul sostegno degli apparati di partito, pronti a mobilitarsi per raccogliere le firme e costituire le liste nelle varie circoscrizioni elettorali. Ma l’emendamento Bindi ha raccolto solo otto voti su quarantacinque. È passata anche l’ipotesi che in ogni circoscrizione ci possano essere più liste collegate allo stesso candidato: un punto caldeggiato dallo stesso Veltroni, che nella discussione ha spiegato la necessità di liste «plurali» per «non dare l’impressione di una cosa poco democratica: dobbiamo dare a tutti la possibilità di partecipare. In questo modo, ad esempio, anche giovani universitari potranno raccogliere cento firme e fare la propria lista». Sia la Bindi che Parisi hanno votato contro, ma non è bastato. «E ora prepariamoci ad un fiorire di liste: “gay per Veltroni” e “pro-famiglia per Veltroni”; “no-Tav per Veltroni” e “pro-Tav per Veltroni”», ironizzano in casa prodiana.
I ds hanno anche vinto il loro braccio di ferro contro la Margherita, e imposto la concomitante elezione a ottobre dei futuri segretari regionali del Pd, che il partito di Rutelli avrebbe invece voluto rimandare, nel timore che alla fine la macchina organizzativa della Quercia faccia il pieno imponendo i propri candidati.
A questo punto, le candidature alternative a Veltroni, che andranno presentate entro il 30 luglio, diventano assai più improbabili: «Con queste regole dovrò valutare bene la scelta da fare», ha fatto sapere Enrico Letta.
E intanto un duro j’accuse ai partiti fondatori del Pd arriva da Nicola Rossi, deputato ulivista ed ex ds, che imputa ai partiti fondatori del Pd di avere già (in regioni come la Campania di Bassolino o la Calabria di Loiero, o la dalemiana Puglia dove lui stesso è eletto) stretto patti poco trasparenti per l’amministrazione della cosa pubblica: «Al Sud l’unità tra Ds e Margherita c’è già, da anni, e si incentra sugli affari. Spero solo che il nuovo gruppo dirigente del Pd metta mano a questo problema». Gli dà ragione la deputata dl Dorina Bianchi, che denuncia una «questione etica» nel Pd: «È evidente che esista un problema di legalità che interessa una parte della classe dirigente in Calabria e nel Mezzogiorno».