Partito democratico, stop a Prodi e Veltroni

Il "comitato dei 45" decide il contrario di quanto richiesto dai due
aspiranti leader: in ottobre insieme all’assemblea si eleggerà un vero
segretario. Il premier, secondo i maligni, "adesso dovrà occuparsi del governo se gli riesce"

Roma - Con un’accelerazione improvvisa che ha lasciato spiazzati molti, a cominciare dall’attuale premier Prodi e dall’aspirante premier Veltroni, nel nascituro Partito democratico è già partita la «sfida vera», quella per la leadership del futuro.
La riunione del cosiddetto «comitato dei Quarantacinque», che include i leader dell’Ulivo e una spruzzata di associazioni e che deve decidere le regole per la fondazione del nuovo partito, ha partorito ieri sera una decisione opposta a quella, caldeggiata innanzitutto da Prodi, che era stata presa nella scorsa riunione. Il Pd avrà un segretario, che non sarà scelto a tavolino tra i partiti ma dovrà passare per una legittimazione popolare: chiunque si voglia candidare, dovrà collegare il proprio nome a una delle liste che concorreranno per la formazione dell’Assemblea costituente di ottobre. E il candidato che avrà più voti sarà il nuovo capo del partito. E, a quel punto, anche il più probabile candidato premier.
Un vero e proprio ribaltamento di posizioni, visto che appena due settimane fa Prodi era uscito dalla riunione dello stesso comitato (nella quale Rutelli, principale sostenitore dell’elezione diretta del leader, era stato isolato dall’asse Fassino-Veltroni-Prodi) annunciando che si era deciso che il segretario sarebbe stato nominato dall’Assemblea, e su sua indicazione. Poco più di uno «speaker», come lui stesso lo aveva definito, sottolineando che il leader già c’era ed era lui, e che «d’ora in poi si cambia musica e si fa come dico io». Non è andata così. E raccontano che il premier ancora ieri continuava a frenare e a fare obiezioni dentro la riunione, ma una raffica di interventi della Margherita (Parisi, Rutelli, Gentiloni, Franceschini, Fioroni) lo ha costretto a far propria la linea dell’elezione diretta del segretario.

In realtà però non è Prodi la prima vittima della decisione presa ieri. Il bersaglio grosso non era il premier, che «ormai nel Partito democratico non ha più voce in capitolo e deve occuparsi solo del governo, se ci riesce», come asserisce uno dei membri del comitato, ma Walter Veltroni. L’unico, infatti, che dentro la riunione di ieri si è opposto alla scelta, avvertendo: «Attenti, perché così rischiamo di andare verso una competizione tra un candidato della Quercia e uno della Margherita che ricaccerebbe il Pd nella trappola dell’eterno dualismo tra i due partiti fondatori». E non è un caso che sulla linea dell’elezione diretta si sia coagulato un asse tra Rutelli e D’Alema, i due principali sponsor dell’operazione di ieri: il risultato che si ottiene è che entro settembre chi vuole concorrere alla leadership dovrà scendere in campo. E per il sindaco di Roma è decisamente troppo presto. Non solo perché il suo mandato scade nel 2011, non solo perché per farlo dovrebbe scontrarsi apertamente con il suo partito d’origine e innanzitutto con D’Alema. Ma anche perché Veltroni contava di poter decidere del suo futuro in un momento diverso, più in là nel tempo, quando sarà più chiaro se lo stato di salute del centrosinistra è destinato a migliorare: ora si tratterebbe di una scommessa al buio, fatta nel momento peggiore, col rischio di essere il candidato premier di una coalizione perdente.

I veltroniani ammettono che l’operazione «anti-Walter» per ora è riuscita, e che «o lui prende questo treno ora o lo ha perso definitivamente». E nell’Ulivo adesso rischia di aprirsi quella che Goffredo Bettini, principale alleato del sindaco, definisce «la corrida dei leader del passato» (sottintendendo che l’unico fatto fuori è quello del futuro). Chi scenderà in campo? Rutelli, che con la sua abile mossa di interdizione ha evitato la conclusione che vedeva già scritta (un accordo Prodi-Fassino che avrebbe portato il segretario ds a diventare segretario del Pd all’assemblea di ottobre, mettendo all’angolo la Margherita), sta riflettendo. Ma i suoi dicono che «è naturale che scenda in campo». E molti hanno letto nell’intervento pronunciato ieri da Piero Fassino («A questo punto si candida chiunque e vince la democrazia, nessuno potrà rinfacciare a uno dei concorrenti di essere troppo identitario o di puntare all’egemonia») un’autocandidatura quasi esplicita. Resta da vedere che farà D’Alema, che ieri (come in molti momenti clou) era assente, ma che ha voluto questa conclusione. Veltroniani e Margherita sono certi che D’Alema voglia mettere in pista un «suo» candidato ds. E non è Fassino, ma Bersani. Che a quel punto potrebbe lasciare il suo posto nel (pencolante) governo al segretario.