Un partito di gente in fuga Alla corte dell’ex magistrato è l’ora del si salvi chi può

Quest’estate è toccato a Jean-Leonard Touadi, deputato eletto da pochi giorni per l’Idv che ha lasciato per andare nel Pd. «Questo partito non è un albergo». Ma ve l’immaginate il Tonino furioso alle prese con l’ennesimo che saluta e se ne va? Sbattendo, ovviamente, la porta perché nessuno se n’è uscito dall’Italia dei rancori in punta dei piedi. Nemmeno quell’Elio Veltri, dipietrista doc, autore di inchieste, grande animatore di movimenti da Mani pulite ai girotondi. L’uomo perfetto per incarnare il populismo dipietrista. Eppure anche lui scoprì presto che il vero «caimano» era proprio Di Pietro, tanto da aprire un contenzioso con lui per un rimborso elettorale. E a parlare di «gestione privatistica del partito». Soldi e cesarismo, sempre la stessa storia. Son passati anni e nulla è cambiato in un sodalizio che non ha mai visto nemmeno un congresso, ma solo qualche festa in cui al massimo si può applaudire il tribuno che arringa nel suo italiano zoppicante. In compenso la bussola all’entrata del partito è sempre lì che gira. (Tanta) gente che va, (poca) gente che viene. Calunnie? A Catanzaro tutti gli iscritti dell’Udeur erano passati con l’Idv dopo il crollo di Mastella. Ma, capìta l’aria, l’hanno immediatamente abbandonato per tornare con il sindaco di Ceppaloni. Azzoppato, ma ben più affidabile. E il ras di Montenero lì a guardare, più buttafuori che portiere. «L’Idv - tuonava Veltri qualche tempo fa - è una gravissima anomalia». E Di Pietro? «Ha blindato il partito per incassare direttamente i finanziamenti statali». Perché ruppe? «Questione di metodo e trasparenza - dice Veltri in un’intervista trovata in archivio - E dire che non sapevo ancora nulla... ». Parola dell’ex compagno di partito.
Un ex, appunto. I nomi degli altri? Un elenco del telefono. Dal giornalista Giulietto Chiesa alla leggenda dei 200 metri Pietro Mennea fuggito a tutta velocità. Tante rotture che hanno fatto male. Più agli altri che a lui. Chiedere a Rino Piscitello, Claudio Demattè, Luigi Bazzoli, Federico Orlando, Milly Moratti, Paolo Flores d’Arcais. Una nazionale dei transfughi, gente che ha visto da vicino l’ex pm e ha deciso di starne alla larga. Perché, come dimostrano le inchieste del Giornale, nessun candeggio può cancellare traffici e maneggi. Da politico o da ministro, da genitore o da responsabile del partito. Non fa differenza. Se n’è accorta pure Franca Rame, la pasionaria rossa che già nel 2007, dopo essere stata eletta al senato nelle liste del’Idv, chiese il divorzio. Per non parlare del senatore Sergio De Gregorio, il giornalista napoletano eletto in quota Di Pietro portando in dote 10mila preferenze per poi tornare sotto l’ala di Berlusconi. Un tradimento in cambio della presidenza in commissione Difesa del Senato? Sarà così, ma forse la fede nel verbo dipietrista non era poi così ferma e la direzione editoriale dell’Italia dei valori (il foglio del partito dove Di Pietro parcheggia familiari e amici) non proprio una missione. E come dimenticare Valerio Carrara e la sua fuga da record? Nonostante fosse di centrodestra, lo scaltro Di Pietro lo mise in lista solo perché presidente dei cacciatori. Fu l’unico eletto dell’Idv nelle disastrose politiche del 2001, ma era già passato a Forza Italia ancor prima dell’insediamento delle Camere e dopo aver fatto un’ora di anticamera per sentirsi dire da Di Pietro che da quel momento avrebbe solo dovuto obbedire agli ordini. Quelli del padre padrone, irascibile, umorale, intollerante. Ossessionato dal culto della personalità. La sua ovviamente.
Non andò certo meglio con Federica Rossi Gasparrini. Prima berlusconiana, poi prodiana, la leader delle casalinghe nel 2006 è finita in lista. Una fugace apparizione perché ora la supercasalinga sta di nuovo con Berlusconi. Di Pietro è un «anaffettivo» ha detto di lui Beniamino Donnici, ex responsabile Idv in Calabria, tra i primi a contestarlo. Come Aldo Ferrara, l’altro leader regionale e docente universitario a Siena che se l’è data a gambe. In tanti, nemmeno a dirlo, hanno lasciato per questioni di soldi. Come Giulietto Chiesa, Achille Occhetto ed Elio Veltri, padri dell’associazione Il Cantiere che alle europee 2004 presentarono liste comuni con l’Idv. Chiesa, primo dei non eletti, ebbe un seggio a Strasburgo, ma quando si trattò di dare al Cantiere la parte dei rimborsi elettorali che gli spettava (1.250.000 euro), l’ex magistrato si rifiutò. «Vi bastino i 25.000 euro a testa che vi ho dato», disse loro Di Pietro. Quando poi Il Cantiere fece causa a Di Pietro, questi mostrò un passaggio dell’accordo elettorale in cui aveva inserito una clausola secondo cui i soldi spettavano solo a lui. Chiesa, Occhetto e Veltri avevano firmato senza leggere. Confidando sulla sua buona fede. E mal gliene incolse.