Ma il partito del premier mira a un’islamizzazione strisciante

nostro inviato ad Ankara

Cerchi un appartamento in affitto? Attento, il proprietario potrebbe porre come condizioni che tua moglie porti il velo. No chador, no casa. E non è uno scherzo. È accaduto davvero pochi giorni fa a Taxim, nel quartiere più occidentalizzato di Istanbul, dove capita che un tassista confessi di aver riscoperto la religione da quando Erdogan è al potere. Nel 2002 andava raramente in moschea, oggi prega cinque volte al giorno. Come lui tanti altri.
Sono i risultati dell'islamizzazione strisciante della società promossa dall'Akp, il partito di un premier che si accredita come islamico moderato. È una tattica intelligente e certo non casuale. Anziché tentare di abbattere le istituzioni le si spolpa dall'interno; lentamente, senza dar nell'occhio, puntando sulla trasformazione dei costumi sociali, che è molto più efficace e duratura di una rivoluzione. Il Paese, che è costituzionalmente laico, sta diventando islamico senza che gli stessi turchi se ne accorgano.
A dir la verità qualcuno cerca di dare l'allarme. Giornalisti, osservatori, movimenti politici, come i giovani del "Gruppo politico kemalista"; ma al di là del clamore suscitato da qualche episodio, tutto ricade nella normalità. Eppure i segnali sono numerosi. Negli ultimi cinque anni sono comparsi gruppi come il "Milli Gorus", il Movimento islamista della Visione Nazionale che applica le stesse tecniche di persuasione di Hamas, di Hezbollah, dei Fratelli Musulmani. In teoria la propaganda religiosa è vietata in Turchia, ma ormai è tollerata. Gli attivisti del "Milli Gorus" operano nelle zone più povere del Paese, organizzandosi per quartiere, città, distretto. Una penetrazione capillare. Si presentano come associazioni caritatevoli: offrono assistenza finanziaria, sanitaria, alimentare, aprono ospizi e case degli studenti. Nella prima fase non parlano mai di politica. Una volta conquistata la fiducia della gente iniziano a fare proselitismo. E l'ideologia legata a un ritorno alle radici dell'Islam inizia a fare presa. Il governo sa, ma si guarda bene dall'intervenire.
Anzi, in genere incoraggia gli imam a prodigare il Verbo. E quando le prediche non bastano si ricorre ai premi. L'altro giorno il quotidiano Milliyet ha scoperto che le moschee indicono concorsi per invogliare ragazzi e bambini (anche al di sotto dell'età minima di undici anni) a frequentare dapprima i corsi di indottrinamento, e poi a competere in tre categorie: lettura del Corano, recita delle preghiere, nozioni d'Islam. I più bravi vincono lingotti d'oro, vestiti di marca, computer, Mp3, orologi. Un bengodi che in una sola moschea nella parte europea di Istanbul ha indotto in pochi giorni 600 ragazzini a iscriversi. Resta un mistero chi finanzi queste operazioni. È improbabile che siano i fedeli stessi; il sospetto è che buona parte dei fondi provenga da associazioni wahabite del Golfo, le stesse che sostengono le madrasse più fanatiche in Pakistan e in Europa.
Un tempo per farsi assumere nell'amministrazione pubblica era sufficiente laurearsi in una buona università; ora non più. I giovani sanno che è fortemente consigliabile aver frequentato un istituto religioso; perché in cinque anni gli uomini di Erdogan hanno occupato la maggior parte dei posti chiave nei ministeri e attribuiscono grande importanza a questo criterio di selezione. Nemmeno gli ospedali sfuggono all'islamizzazione. Molti medici laici vengono trasferiti dai grandi ospedali delle città in ambulatori marginali e sono sostituiti da colleghi osservanti; mentre aumentano le infermiere "devote". Non potendo portare il velo in un edificio pubblico, in corsia indossano parrucche, che però finiscono per produrre l'effetto opposto a quello desiderato: attirano lo sguardo degli uomini. Un disonore per una donna nei Paesi fondamentalisti e sempre più anche nella laica Turchia.
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