«Un partito sfasciato dai suoi capi»

Stefano Menichini, sono giorni che sulla tua «Europa» picchi duro sui due eterni rivali, D’Alema e Veltroni...
«Sì, il partito non è cosa loro, i mobili di casa non li hanno portati solo loro e non hanno il diritto di sfasciarli».
Invece...
«Come da tradizione del Pci, Pds, Ds: è sempre stato così tra i due. Il primo articolo sulla rivalità tra Massimo e Walter lo scrissi sedici anni fa: ora basta».
Si detestano pure a livello personale?
«Non lo so ma hanno maturato una sostanziale rivalità che hanno portato nel Pd».
E quindi bisogna schierarsi: o di qua o di là?
«Ma è sbagliato costringere a farlo anche ai molti che non tifano per nessuno».
Però siamo alla resa dei conti, no?
«La battaglia potrebbe non consumarsi mai, tanto è vero che non la dichiarano apertamente. Non assisteremo allo scontro finale».
Ma di sberle ne volano tante. Il caso Villari, per esempio...
«Un duro colpo a Veltroni: una parte del partito ne ha approfittato per manifestare perplessità sulla linea del segretario».
Per non parlare del «pizzino» di Latorre...
«Prassi politica che non mi scandalizza... E poi neppure Di Pietro è sempre stato leale».
Torniamo al Pd, la Bindi non vuole il congresso perché sarebbe l’ennesima occasione per contare chi sta con chi...
«Ma non ci sarà mai un congresso di conta, perché di fatto non c’è mai stato».
E all’orizzonte c’è l’altro nodo: la collocazione europea del partito.
«Questa è una questione serissima che non si può aggirare con le chiacchiere».