Il partito del silenzio

Il tempo in politica ha una propria dimensione interna. Non sempre prendere l'iniziativa tempestivamente provoca effetti positivi. Bisogna saper attendere. E quasi mai essere in anticipo sugli avvenimenti produce risultati. Vedere prima degli altri crea uno iato con il senso comune. Per l'uomo di pensiero si tratta di una virtù; per il politico di un difetto imperdonabile. L'uomo politico in ritardo ha la possibilità di recuperare; quello in anticipo si trasforma il più delle volte in inascoltata Cassandra.
Se si riportano questi precetti al dibattito agostano, se ne deduce che il centro-destra non ha fatto male a lasciare campo libero alle querelles sviluppatesi intorno al Partito Democratico. Ha così consentito che l'effettiva natura dell'operazione avesse il tempo di chiarirsi; che fosse descritta dal rapido succedersi di tre atti. Il primo, il più lungo e complesso, ha visto la neutralizzazione politico-giudiziaria di ciò che resta del vecchio gruppo dirigente comunista che ha in D'Alema il suo riferimento massimo. È stata quindi possibile l'incoronazione di Walter Veltroni come punto di mediazione per un patto tra nuovi apparati fissato al tavolino da vecchie oligarchie (Marini, Rutelli, lo stesso Veltroni e obtorto collo il gruppone dalemiano). Infine, la messa in scena delle primarie per conferire a un processo di vertice una spinta dal basso e, insieme, una giustificazione per l'ampia sponsorizzazione mass-mediatica.
Gli imprevisti accadimenti successivi hanno avuto forza per agitare le acque. Non per modificare la sostanza delle cose. In sintesi, a contrastare il placido compimento dell'originario scenario si sono sviluppati due fenomeni: la candidatura di Bindi e Letta in concorrenza con quella di Veltroni prevista solitaria, e il conseguente tentativo di D'Alema di sfruttare le candidature inattese per far sì che, alla fine, i rapporti di forza nelle regioni non siano perfettamente coincidenti con gli accordi stipulati a freddo tra i vertici. In alcuni casi si è trattato di coraggio personale, in altri di abilità tattica. Ma niente di tutto ciò sembra in grado di modificare la natura del progetto.
Fin qui, si tratta del tentativo di sostituire al patrimonio delle grandi ideologie novecentesche egemoni nel dopo-guerra italiano (comunismo e cattolicesimo sociale) un progressismo generico, affidando a un'iniezione di pragmatismo e a una più performante immagine mediatica il problema di un rapporto con i ceti medi che l'esperienza del governo Prodi ha reso decisamente drammatico. Per quanto ci si sforzi, non mi sembra che per il momento si trovi altro. Con tutto il rispetto per i «coraggiosi» e per il loro documento, il coraggio se non lo si ha non ce lo si può dare. Ed è facile profezia che quel troppo lieve paravento dell'accordo di potere stipulato da Rutelli servirà alla fine più a coprire una vergogna che a determinare qualcosa di politicamente significativo.
Sarà che la responsabilità indotta dal tutelare un governo amico non aiuta, ma resta un fatto che sulle grandi questioni che connotano una proposta politica, il Partito Democratico sta nascendo muto. Per quel che concerne la riforma dello stato sociale, dal dibattito in corso sulla legge Biagi emerge un disarmante tatticismo. In ambito istituzionale manca la forza persino per concordare una riforma elettorale condivisa. In politica estera si è costretti ad assistere a un disgustoso balletto intorno ad Hamas. E sui temi etici non si trova neppure il coraggio mostrato al tempo dei Dico da Rosy Bindi, che ha temerariamente provato a resuscitare lo schema concordatario vigente ai tempi della Dc. Così ci si limita alla «melina», cercando d'evitare i problemi più spinosi.
L'attivismo estivo della sinistra ha reso tutto ciò più chiaro. Al punto che il rispetto dovuto all'iniziativa dell'avversario non può più evitare al centro-destra la responsabilità di un giudizio drastico sulla sostanza politica dell'esperimento. Ora però l'estate volge al termine e, con essa, il tempo dell'attesa. Il 14 ottobre infatti, all'atto della nascita ufficiale del Partito Democratico, per tanti uomini e donne del centro-sinistra si risolverà un'obbligazione politica contratta con il loro vecchio partito. Alcuni sono semplici cittadini, altri amministratori o parlamentari. Se essi, oltre il vuoto pneumatico del Pd, potranno cogliere nel centro-destra l'esistenza di una proposta moderata e riformista, sapranno verso dove indirizzarsi. Non è solo una questione di simboli, di sigle e neppure di formule politiche. La questione riguarda innanzitutto le idee e i programmi. Se i partiti della Casa delle libertà riusciranno a dare risposte convincenti su tale terreno, con grande probabilità anche il tempo di questa sciagurata legislatura diventerà più breve.
Gaetano Quagliariello