"Partito socialista? Da buttare" Affondo di Bernard-Henri Lévy

L'intellettuale della sinistra francese picchia duro: &quot;Una macchina da sconfitte, cambi nome e si rifondi. E' la sola cosa da fare, così non incarnano più le speranze di nessuno&quot;. <strong><a href="/a.pic1?ID=367860">Tanti fallimenti e un'identità smarrita in tutta l'Europa</a></strong>

Parigi - Una sola frase, scritta a caratteri cubitali e sparata in prima pagina dal settimanale parigino Le Journal du Dimanche, il "domenicale" più prestigioso di Francia. Una frase come una cannonata: «Il Partito socialista deve scomparire». A pronunciarla è un intellettuale celebre e controverso, ma comunque emblematico della sinistra transalpina: Bernard-Henri Lévy, filosofo e scrittore con l'ambizione di trasformarsi in coscienza critica del proprio Paese e magari dell'intera umanità. Per adesso è la coscienza critica del proprio partito, ossia della formazione politica a cui dice d'aver dato il voto in occasione delle recentissime elezioni europee.

La delusione di BHL, come questo intellettuale viene regolarmente chiamato dalla stampa francese, è una sorta di sentenza di morte verso il Partito socialista, per il quale il filosofo vota senza più credere. Il partito è da buttare perché nessuno può più riformarlo, è il succo della tesi di Lévy. Le idee forti sono svanite e la loro assenza mette in rilievo una pura e semplice lotta di potere: meglio voltare pagina che assistere impotenti a uno spettacolo del genere. Intervistato da Claude Askolovitch (altro intellettuale di area socialista), BHL si vede sbattere in faccia la domanda: «Come uomo di sinistra, lei è triste nel guardare il Psf?». Risposta: «Naturalmente sono triste. Ho visto raramente uomini politici dedicare tanta energia alla propria autodistruzione». Uomini e donne, visto che l'attuale segretaria del Psf è l'ex ministra del Lavoro Martine Aubry, figlia di Jacques Delors e madre della controversa legge del 1998 sulle "35 ore".

La scorsa settimana la Aubry è arrivata a minacciare d'espulsione il giovane deputato Manuel Valls, colpevole di voler modernizzare e liberalizzare il socialismo francese. «Il partito lo si ama o lo si lascia», afferma la Aubry. E naturalmente bisogna "amarlo" come vuole la segretaria generale. Roba d'altri tempi. Ma torniamo a BHL, che nell'intervista uscita ieri afferma: «Il Psf non incarna più la speranza di nessuno. Provoca solo collera ed esasperazione». I risultati elettorali rendono evidente questa situazione politica: alle europee del 2004 i socialisti ebbero il 30 per cento, mentre il mese scorso sono precipitati al 16 per cento (al pari dei Verdi, che però sono sensibilmente cresciuti nel frattempo come peso elettorale in Francia).

L'anno prossimo ci sono le regionali e potrebbe essere un altro tracollo, visto che i socialisti controllano 20 regioni su 22. Nel 2012 i francesi voteranno nuovamente per l'Eliseo: il presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy non è popolarissimo (i connazionali che lo criticano sono oggi più numerosi di quelli che lo approvano), ma l'assenza di alternative credibili tra i socialisti fa di lui il probabile successore di se stesso.

BHL si dice convinto di una cosa: la sinistra francese potrà tornare competitiva contro Sarkozy soltanto se riuscirà a trasformarsi profondamente, a costo di scontrarsi anche violentemente al proprio interno. Secondo lui il socialismo francese «è oggi alla fine di un ciclo». Il ciclo cominciato con François Mitterrand, che rifondò il partito nel 1971 e che fu all'Eliseo nel periodo 1981-1995. Oggi, è sempre BHL a parlare, il Psf è nello stesso stato di disastro politico che caratterizzò il declino del Partito comunista francese alla fine degli anni Settanta, all'epoca della direzione di Georges Marchais.

Anche l'ultimatum della Aubry a Valls fa pensare all'adozione di metodi degni di Marchais, che espulse i suoi critici. Domanda di Askolovitch: «Dunque il Psf morirà?». Risposta di BHL: «No, è già morto, anche se nessuno o quasi osa dirlo». L'intervistatore incalza: «E a lei questo fa piacere?». BHL chiarisce: «Il problema è un altro: io penso che si debba dire la verità. Piaccia o no, bisogna dire le cose come stanno perché questo è il solo modo per pensare, immaginare, respirare ed evidentemente ricostruire. Stilare il certificato di morte del Psf servirà a far saltare la cappa di piombo che oggi impedisce tutto questo». Parole come pietre.