Partito unico, però con riserva

Giuseppe Galati*

In queste ultime settimane si è parlato molto di partito unico. Un'espressione, senza dubbio, fuorviante.
Quell'aggettivo «unico» annulla le differenze, anzi le soffoca. Non giova al dibattito, mortifica il confronto. Rischia di trovare una sua ragion d'essere esclusiva nell'obiettivo, per così dire, tecnico della vittoria elettorale.
E dopo?
Vincere il prossimo confronto elettorale non è necessario, è indispensabile. Ma se si parla di un nuovo partito, di una nuova aggregazione politica rappresentativa, che punti all'accorpamento piuttosto che alla polverizzazione, bisogna pur sempre prendere atto dei punti di debolezza del maggioritario.
Il dato forse più preoccupante è che il maggioritario ha accentuato il deficit di rappresentanza della società da parte dei partiti, un dato che riguarda sia i grandi partiti che i piccoli. E l'opinione pubblica fa fatica a riconoscersi in una rappresentazione rigida degli schieramenti, come testimoniato nel progressivo calo delle percentuali di partecipazione al voto.
Il problema della rappresentatività ha poi un altro aspetto di criticità che è dato dalla difficoltà di costruzione di una nuova classe dirigente.
Anche qui il maggioritario ha, purtroppo, lasciato il segno.
Si è inceppato quel meccanismo capace di generare passione e partecipazione.
Si sono irrigiditi i canali di comunicazione con la società e con le sue tante articolazioni associative e sociali, si sono verticalizzati gli interessi corporativi, si avverte una polverizzazione delle istanze, che rappresentano se stesse come somma di richieste piuttosto che come contribuzioni ad un disegno di società.
Non sarà una sola coincidenza se la classe politica italiana nel suo complesso è rimasta pressoché invariata negli ultimi anni.
Nei partiti spiccano ormai in modo vistoso enormi buchi generazionali.
Ma la società italiana ha bisogno dei partiti. Ha bisogno di partiti rappresentativi. Rappresentativi, ciascuno per proprio conto, di porzioni e di istanze significative della società italiana.
Ha però bisogno anche di un meccanismo che garantisca la crescita e la rigenerazione di nuove classi dirigenti, che siano sempre espressioni concrete della società.
Sarebbe drammatico pensare che a decidere tali ruoli possa essere una ristretta cerchia, sempre più autoreferenziata, con un forte sapore oligarchico; avvitata su se stessa; incurante della necessità di garantire un percorso di costruzione coerente dell'economia, nello Stato, nella società, deciso con il corpo sociale; impermeabile alle esigenze e agli umori che provengono dalla società; scarsamente sensibile alla missione nobile ed etica cui la politica deve attenersi, anche nel rispettare il futuro stesso della società che deve poter contare sui necessari cambi generazionali.
In questo modo il sistema politico italiano rischia di sclerotizzarsi, se non verranno posti in essere tutti gli antidoti di cui una moderna democrazia ha bisogno per rinnovare se stessa, senza dover fare affidamento a iniziative imposte dall'alto, che minano le basi stesse del consenso ed inceppano il processo di rigenerazione democratica del consenso medesimo.
Le leadership non sono esenti da questo processo.
Per essere forti, devono essere, esse stesse, frutto di percorsi e di meccanismi di scelta che tengano conto delle esigenze di articolazione della società.
Infine, la nuova formazione politica di cui parliamo, dovrà esprimere, per usare una metafora, una nuova attitudine a rappresentare i tanti, riuscendo ad intercettare le istanze dei singoli.
A ben vedere, ci sono temi a sufficienza per discutere e confrontarsi.
*Sottosegretario
alle Attività produttive