PASCAL BRUCKNER «Europei, siete masochisti»

L’intellettuale francese autore di «La tirannia della penitenza» spiega cause ed effetti del «peccato originale» dell’Occidente

Gauchista della prima ora, classificato tra i nouveaux philosophes insieme ad André Glucksmann, teorico della liberazione sessuale, docente universitario e autore di una serie di pluripremiati saggi - un paio a quattro mani con Alain Finkielkraut - come Il singhiozzo dell’uomo bianco (Longanesi, 1983) e L’euforia perpetua (Garzanti, 2001), romanziere raffinato - suo quel Luna di fiele da cui Roman Polanski trasse l’omonimo film - il 58enne parigino Pascal Bruckner torna sulle scene polemiche europee con un saggio che in Francia ha già scaldato gli animi e conquistato pagine di rassegne stampa: La tirannia della penitenza. Saggio sul masochismo occidentale (Guanda, pagg. 238, euro 14,50).
All’indomani dell’uscita del libro in Italia lo abbiamo raggiunto per farci chiarire meglio alcuni passi del volume, in cui afferma che gli occidentali, gli europei in particolare, soffrono da secoli di un senso di colpa per ogni abominio della storia, guerra mondiale o genocidio che sia. Conseguenza diretta, l’accettazione supina di ogni rivendicazione da parte delle minoranze, in particolare le più violente e antilaiche, come l’Islam repressivo e integralista. Una forma incistata di masochismo, dunque, impedisce agli europei di costituire per il mondo un modello culturale «avvelenato» sì, ma così prezioso, poiché contiene gli anticorpi dell’autoanalisi, della coscienza del male e della capacità di opporvisi.
Monsieur Bruckner, quando è stato colto per la prima volta da questa rabbia, che da colpevole forzato di conflitti, persecuzioni, politiche coloniali, l’ha fatta sentire vittima di una prospettiva storica soffocante?
«Da quasi venticinque anni lavoro a questa teoria. Sin da quando condannai il terzomondismo nel mio saggio Il singhiozzo dell’uomo bianco. Credevo che la mentalità che vede l’Occidente colpevole di ogni crimine sin dalle origini e la decolonizzazione come liberazione di una umanità nuova fosse scomparsa. Invece è tornata più prepotente che mai. Solo che oggi quei paradisi di riferimento sono spariti insieme al Terzo mondo e al comunismo. Sicché l’europeo si ritiene responsabile di ogni inferno in terra: guerre civili, nazionalismi, integralismi. I primi ad approfittarne sono gli integralisti musulmani. Sostengono che la responsabilità della loro arretratezza in ogni campo debba ricadere sulla costante cospirazione dell’Occidente contro di loro: sono in ritardo per colpa nostra, noi siamo in debito verso di loro da sempre e l’ultimo capitolo di questo debito è naturalmente Israele».
Nel libro lei definisce il palestinese «l’ultimo buon selvaggio».
«Secondo i gauchisti intransigenti e la vecchia ideologia terzomondista, nella galleria degli eroi della rivoluzione, dopo i maoisti, i cambogiani, i cubani - tutti scomparsi - rimane soltanto l’ultimo oppresso tra gli oppressi: il palestinese, che porta sulle spalle tutta la sofferenza del mondo. Meno male che grazie agli ultimi eventi di tragica attualità ci stiamo accorgendo che forse il mondo palestinese non è tutto questo paradiso e che le cose sono molto più complesse».
Lei stabilisce un legame molto stretto tra il gauchismo estremo e il fanatismo musulmano. Qual è il comune nemico?
«Si tratta di un inganno reciproco, una specie di matrimonio contro natura da cui ciascuna delle due parti può trarre beneficio. L’Islam è per trotzkisti, no global e terzomondisti l’ultima possibilità di un vero contatto con le masse: si servono degli islamisti come di un maglio contro il capitalismo liberale. Si tratta di una religione oscurantista? Non importa, perché rappresenta milioni di persone oppresse dal colonialismo. L’estrema sinistra non ha mai elaborato il lutto per la fine del comunismo e questa ricerca di legame dimostra una volta di più che la sua passione non è la libertà, ma la schiavitù in nome della giustizia. Per i fondamentalisti, invece, il gauchismo è il cavallo di Troia per far penetrare in un mondo civilizzato e progressista il velo, il matrimonio forzato, la lapidazione e altri elementi reazionari di questa teocrazia totalitaria».
Lei di recente ha conquistato le prime pagine culturali anche in Italia per aver difeso Ayaan Hirsi Ali, la sceneggiatrice del film Submission di Theo van Gogh, il regista olandese assassinato dagli integralisti islamici. Il saggista Ian Buruma e il giornalista inglese Timothy Garton Ash le hanno affibbiato appellativi come «fondamentalista dell’illuminismo».
«Un’espressione idiota. Appena si difende l’illuminismo ci si sente dare dei fanatici. Il fanatico è chi uccide per imporre le proprie idee. Io mi confronto, invece. La discussione sul velo in Francia non è stata una lotta tra fanatici, ma un’argomentazione razionale. Ma secondo i gauchisti, nel nome della coesione sociale siamo invitati ad applaudire l’intolleranza dei radicali musulmani per le nostre leggi e ad apprezzare l’esistenza di piccole società ermetiche che seguono ognuna norme differenti».
«Il multiculturalismo è il razzismo degli antirazzisti» ha detto di recente, paventando un rischio di «nazioni dentro le nazioni» a causa del predominio di chi in altri Stati si sente minoranza...
«In Francia sentiamo forte questo pericolo a causa degli ultranazionalismi di baschi e corsi. Ma in generale le minoranze (e in queste comprendo ad esempio anche i musulmani che si trovino in nazioni cristiane) si ammantano di uno status di vittime e si comportano come tali, invece che come persone che devono “rendere conto” di sé. Il rischio è che non abbia più senso sentirsi inglesi, italiani o danesi, ma soltanto musulmani o neri. Imprigionati in un’identità storica o addirittura sessuale. Siamo al paradosso per cui essere una minoranza esenta dalla legge comune e spinge a chiedere diritti “separati”: negli Stati Uniti, ad esempio, è rarissimo che, essendo uomini o donne omosessuali, si venga puniti per un reato sessuale».
Lei avverte anche contro i pericoli di un’Europa troppo aperta. È contrario all’ingresso di nuovi Stati?
«Al momento siamo 27, se ne rende conto? Non capisco perché aggiungere altri Paesi e soprattutto così grandi dove la democrazia è così fragile e balbuziente come la Turchia, minata a sinistra dai fondamentalisti e a destra dall’esercito. Stabilire una frontiera è un atto di buon vicinato, che deve tenere conto della geografia: che cosa c’entra l’Europa con il Nord Africa? Dobbiamo essere un modello per gli altri Paesi, non un gigantesco stomaco. Dovremmo dire basta prima di morire di obesità».
Ha conosciuto o letto il pensiero di Oriana Fallaci sull’integralismo islamico?
«Certo. Ma io non sono così pessimista. Sono sicuro che sia in atto una modernizzazione dell’Islam, che infatti scatena la reazione dei fondamentalisti. L’islam arriverà a pensarsi una religione come tutte le altre. La missione dell’Europa deve essere proprio questa: incoraggiare un islam illuminista e riformatore».