Pascal, quando è conveniente credere in Dio

Conviene credere in Dio? Domanda apparentemente impropria: che cosa c’entra la convenienza? La fede è un dono misterioso, come dice Benedetto XVI, ce la manda Dio se siamo disposti. Si va bene, ma chi non ha questo dono? Dopo tutto, perché non «puntare» sull’esistenza di Dio? Che cosa ci rimetto a farlo? Forse non esiste scettico che non sia stato sfiorato da una domanda del genere. Certo, credere per tornaconto appare cinico, perché degrada una scelta esistenziale a un banale gioco d’azzardo. Così almeno pensa il matematico Piergiorgio Odifreddi che nel libro Il Vangelo secondo la scienza (Einaudi) chiama «Montecarlo celeste» questo puntare su Dio per tornaconto. Ha ragione? Niente affatto, almeno secondo il matematico-filosofo francese Blaise Pascal (1623-1662) che per primo sollevò la questione. Nella sua breve vita Pascal diede contributi importanti alla matematica, alla geometria e alla fisica, scrisse di morale e di religione in una prosa così perfetta da esser considerata da molti il paradigma della letteratura francese. Secondo lui: 1) Credere o non credere in Dio è una scelta che non possiamo evitare; 2) Ci conviene credere sulla sua esistenza; 3) È moralmente raccomandabile farlo. Primo punto. Pascal chiama questa scelta «scommessa» senza che il termine abbia per lui alcuna connotazione negativa. Si tratta solo di proprietà di linguaggio perché non altrimenti si può definire il credere o non credere in qualcosa di incerto se ciò comporta il rischio di una perdita e la possibilità di una vincita. E perché dovremmo scommettere? Per il semplice fatto che viviamo, che siamo su questa barca, siamo, come dice Pascal, embarqués. Certo possiamo sospendere il giudizio, cercare di non pensarci, ma questa non è una soluzione dignitosa. Secondo punto: conviene credere? Qui le cose si complicano. Mettiamo da parte il disagio per l’apparente improprietà della domanda ed esaminiamo la questione come se fosse un giuoco intellettuale. Vediamo. In ogni scommessa che si rispetti c’è da un lato la posta che noi rischiamo e dall’altro il premio sperato, proporzionato all’entità della posta e alle probabilità di vincita. In tutti i giochi d’azzardo (roulette, lotto, totocalcio ecc.) la proporzione è regolata a sfavore dello scommettitore tant’è vero che più si gioca e più si perde. Scommettere su Dio invece, dice Pascal, conviene. Questo perché la posta che noi rischiamo è finita mentre il premio è infinito. Cos’è la posta? È la nostra vita terrena o meglio i suoi limitati piaceri. Si tratta dunque di una posta finita mentre la possibile vincita, una vita eterna illimitatamente felice, è infinita. Qui Pascal fa un complesso ragionamento matematico il cui succo è questo: che ovunque si azzarda una entità finita per vincerne una infinita senza che esista un rischio infinito di perdita puntare è vantaggioso. Anzi, dice Pascal, l’irruzione dell’infinito nell’alea rende impossibile per difetto una vincita proporzionata: «cela ôte toute partie». Ma allora in assenza di una ripartizione definita non si può più parlare di scommessa nel comune senso della parola. Viene così a cadere il motivo del disagio iniziale: decidere di credere è una scelta razionale ben diversa dal giocare al lotto. Il bello è, e questo è il terzo punto, che «scommettere» su Dio è anche «morale». Infatti non si può cominciare a credere in Dio e continuare la vita di sempre. Dovremo praticare la virtù, cercare cioè di essere «fedeli, onesti, umili, riconoscenti, amici sinceri, veritieri». E poi, divenire migliori nel senso più bello della parola cos’altro è se non un vantaggio immediato quale che sia l’esito finale della «scommessa»? Scommessa davvero singolare in cui si vince anche quando si perde. Eccoci dunque alla fine del ragionamento. Quanto diverso dalle argomentazioni astratte cui ci hanno abituato i filosofi e che sentiamo così lontane! Scomparsi sono la concatenazione rigida dei concetti, il richiamo a definizioni preliminari, il ricorso a citazioni. Qui invece, in una apparente assenza di metodo, tutto è concreto, finalizzato a metterci in grado di risolvere un dilemma fondamentale che ogni uomo finisce prima o poi con l’affrontare. Davvero tutt’altro che una «Montecarlo celeste».
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