Pascoli e Carducci, attenti a quei due

Caro Granzotto, si dovrà aspettare almeno un diecimila lettere su questo svarione. Ha scritto «sutor nec ultra crepidam», ed io aggiungerei anche un bel «quandoque bonus dormitat Homerus», ma siamo proprio sicuri che sia stato il Carducci a scrivere «Romagna solatia, dolce paese...»?
Roberto Parodi e-mail


È successo? Ancora? Ho di nuovo scambiato Pascoli con Carducci, come mi succedeva sempre - e dico sempre - alle medie? Mannaggia. Però, scusi, caro Parodi, mi vuol dire cosa c’entro io? Ammetto - e l’ho ammesso chissà quante volte qui, su questa pagina, che mi capita di sonnecchiare, esattamente come faceva il buon Omero - ma in tutta franchezza che colpa ne ho se a scrivere «Romagna» è stato Giovannino Pascoli e non Giosué Carducci? Fatti loro, non trova? E poi, quello non fu discepolo di questi? Non gli successe alla cattedra di letteratura italiana nell’Università di Bologna? Sì o no? Sembra l’abbiano fatto apposta per farmi confondere, quei due. E pensare che so quasi tutte le loro poesie a memoria, meno l’«Inno a Satana» (del Carducci, vero?) ché quello, a scuola, ai miei tempi, era tabù. Gli si preferivano i cipressi che a Bolgheri e magari anche la sviolinata alla Regina Margherita: «Quali a noi secoli? sí mite e bella ti tramandarono?». Vabbé. A dir la verità non mi fecero mandare a memoria nemmeno «Digitale purpurea» (del Pascoli, questa? Pascoli, Pascoli) ma il perché lo appresi dopo: altro che i ginepri tra cui zirlano i tordi, altro che amor fraterno con Ida e Mariù, caro il mio Pascoli. Bé, lasciamo perdere.
Che si diceva, caro Parodi? Ah, sì, del fatto di scambiare Pascoli per Carducci. A lei non è mai successo? Peccato. Dovrebbe provarci, di tanto in tanto: una volta fatto si ricevono, come lei correttamente nota, un diecimila lettere sullo svarione. Cioè, proprio un diecimila no, però siamo lì. Parte arrivate direttamente, parte trasmesse - e mi par di vedere il suo sorriso malizioso al momento dell’inoltro - da Enzino Meucci, che come ognun sa è il padre padrone della pagina. Bombardati da e-mail, fax e missive (e meno male che non sono sull’elenco del telefono), da un diluvio di espressioni or beffarde or mordaci, solo allora ci si rende pienamente conto che no, non siamo soli, abbandonati a noi stessi. Bene, ora che mi sono spiegato, ora che le ho chiarito che la colpa della papera non è mia, ma di quella testa matta del Pascoli che ti andava a scrivere le poesie del Carducci, passo distintamente a salutarla, caro Parodi e non se ne parli più.