«Ma Pascoli non congiurò contro di lui»

Gian Luigi Ruggio è conservatore di Casa Pascoli a Castelvecchio da 33 anni e l’idea che l’autore delle Myricae possa essere stato a capo della congiura del silenzio verso Carducci - come sostiene lo storico Aldo M. Nola nel suo recente Giosue Carducci scrittore, politico, massone - proprio non l’accetta: «Pascoli non cercò mai di oscurare il suo venerato maestro».
Ma i rapporti non furono idilliaci.
«Tra loro le cose non sono mai andate lisce, certo. Ma per me, quello di Pascoli, era un sentimento condizionato dal timore reverenziale verso il brillante Carducci, qualcosa di caratteriale».
Restava la conflittualità sulla poesia.
«Sì, ma era una conflittualità di merito. Il classico Carducci apprezzava poco la poesia di Pascoli, non ne accettava la “rivoluzionarietà”. E in questo era anche abbastanza malizioso. Le racconto un aneddoto. Un giorno i due s’incontrano nella fiaschetteria Cipriani di Livorno, nel 1893. Il futuro Nobel si rivolge al suo ex discepolo e a voce alta gli dice “Bella la tua ultima poesia Novembre, Pascolino”, come usava chiamarlo. Aggiungendo subito dopo: “Ma dopo questa non ne scriverai più vero?”, proprio perché era legatissimo solo alla classicità».
Allora era Carducci a mettere in ombra la poesia di Pascoli?
«Diciamo che c’erano periodi, anche lunghi, di freddezza, che venivano poi disciolti in forme di affetto commovente. Nel gennaio 1906, dopo dieci anni di non frequentazione, i due s’incontrano a Bologna. È il pomeriggio del 9. Al mattino Pascoli ha tenuto la prolusione all’università, insediandosi proprio sulla cattedra di Carducci. E l’incontro fu emozionante. L’abbraccio lungo e serrato. Dopo Pascoli sembrava impazzito dalla gioia: “Vedete - diceva - quanto il maestro mi vuole bene”».
E il contestato articolo sul Resto del Carlino alla morte di Carducci?
«Nessun complotto. Pascoli fu solo vittima delle circostanze. Poco prima di morire, infatti, Carducci mandò a Castelvecchio un discepolo di Giovanni, Alfredo Algardi, per pregarlo di raggiungerlo al capezzale. Voleva, credo, l’ultima rappacificazione, quella definitiva. Alfredo però incontra la sorella Maria, che vuole conoscere il messaggio. Alfredo rifiuta e se ne va. Risultato: Pascoli apprende della morte del maestro all’improvviso. E si dispera per non averlo raggiunto sul letto di morte, passando una notte insonne. Per questo ebbe anche difficoltà nello scrivere l’articolo».
Un colpo così duro?
«Maria raccontò che dopo quella notizia il fratello incanutì in pochi giorni, dimostrando dieci anni di più. Altro che ostilità tra i due».
Pascoli gli dedicò anche il suo corso universitario.
«Un’altra prova della stima e dell’affetto verso il maestro. Morto Giosue, Pascoli rinuncia all’intero corso universitario sui suoi saggi danteschi per dedicarlo al commento dell’opera carducciana, alla vita e al carattere del maestro. E nel primo anniversario della scomparsa, 15 febbraio 1908, la commemorazione di Pascoli nell’aula magna dell’università, presente tutta la famiglia Carducci, fu acclamatissima. Se poi sul Nobel cadde il silenzio, non fu certo colpa di Pascoli Semmai furono la politica e la storia che presero altre strade».