Passa anche da piazzale Bligny la furia della banda Casaroli

LA BANDA CASAROLI (Italia 1962) di Florestano Vancini, con Renato Salvatori, Tomas Milian - 100'.

«Non vuoi vedere Genova?»… La città si manifesta attraverso l'accento di un venditore al mercato… Seguono cambiavalute, prostitute, una sosta davanti a un bacino di carenaggio. «Deve essere un po' così Shanghai». L'ardito paragone che affianca la Superba alla metropoli cinese si deve ad uno dei membri della famigerata banda Casaroli, un terzetto di ex militi repubblichini dedito a rapine nelle banche e bella vita: in due mesi e mezzo divennero leggenda da cronaca nera e finirono tragicamente. La narrazione parte dall'epilogo: «non so se ho colpa di quello che è successo, forse è stato il destino o forse invece abbiamo sbagliato noi»… 16 Dicembre 1955: il b/n di una gelida Bologna, tra jeep della Polizia e una folla di curiosi, corpi senza vita e fotografi al lavoro, accompagna sotto i portici di via S. Stefano il vagare stranito di Gabriele, un giovane ed imberbe Tomas Milian ben lontano dal Monnezza.
L'esaltato leader Paolo Casaroli, classe 1925, ex Decima Mas con svaghi pseudo intellettuali e canoniche letture dannunziane predica a ripetizione: «le più belle poesie sono sempre i fatti e ne ho in mente delle poesie io…» (al Luna Park), «Io sopra i 35 anni le manderei tutte a zappare» (al Casino), «loro la guerra non l'hanno più voluta fare così l'abbiamo persa… perché se l'avessimo vinta noi a quest'ora avrebbero lavorato i greci e gli abissini al posto nostro» (incocciando in uno sciopero). Portava un braccialetto con incisa la scritta «Mamma, fu destino»… secondo gli psichiatri era «schizofrenico, incostante, con incontrollabilità di contegno». Il Renato Salvatori di «Rocco e i suoi fratelli» e «Poveri ma belli» azzarda «noi non saremo mai poveri!» e ne rende un ritratto ineccepibile. Con lui oltre all'ingenuo Gabriele Ingenis / Milian (nella realtà si chiamava Daniele Farris; dopo il tentativo fallito di arruolarsi nella Guardia Nazionale Repubblicana di Salò, pur di menare le mani aveva combattuto con i partigiani!) anche il cinico Corrado Minguzzi (in verità Romano Ranuzzi, ex Brigata Nera Mobile «Attilio Pappalardo», il cui comandante era stato allontanato dal Duce in persona, per le violenze e gli omicidi compiuti), ottimamente interpretato dal Jean Claude Brialy de «I quattrocento colpi». Il primo colpo in banca a Binasco (MI) renderà 600mla lire: è l'inizio. Lombardia, Liguria, Piemonte le regioni che ne subiranno le gesta; l'epilogo a a Roma, dove uccidono il direttore del Banco di Sicilia e fuggono su una Fiat 1400 color avana noleggiata (!!).
Il ferrarese Florestano Vancini («Bronte - cronaca di un massacro», «Il delitto Matteotti») realizza uno dei suoi film migliori, in bilico tra un realismo che nulla concede alla falsa estetica delle varie povertà rappresentate e la nouvelle vague nostrana; descrive il disorientamento ed il livore antiborghese di stampo fascista, nonostante manchino l'origine paramilitare e l'ambiente familiare dei protagonisti. Montato originariamente a flash back, venne sforbiciato e rimontato in post produzione contro il parere del regista e boicottato dalla critica. Eppure raramente gli anni '50 italici si sono visti così onestamente su celluloide; a farla da padroni son stati i vari «giovani ma belli» ed i divertenti Don Camillo e Peppone. Gli stessi capolavori del neorealismo avvolgono di poesia la miseria, coprendone i cattivi odori e la violenza evidente nelle cronache del tempo. D'altronde è lo stesso Casaroli ad affermare «Oggi in Italia sottoterra ci sono più armi che patate»… Notevole e ansiogeno il finale, con capobanda e compare che fuggono nella nebbia bolognese dopo aver ucciso un poliziotto; in una folle sparatoria per le strade della città felsinea uccidono un tassista, un commerciante e sparano su chiunque osi sbarrar loro il passo. Minguzzi, vistosi perduto, saluta e si spara alla tempia, Casaroli più volte colpito, si salva per miracolo e rimedia un ergastolo. «Meglio due mesi da Casaroli che una vita insulsa», dirà…. Fenomeni unici della delinquenza del dopoguerra, guardano il mare dalle alture nostrane e compiono una rapina in piazzale Bligny. Qualche scena anche sul monte Fasce, al Piano di S. Andrea ed in Via Madre di Dio. Il capobanda irride la natia Bologna («la sentite questa puzza che non se ne va mai?» dice annusando il cappotto, «lo sapete cos'è? È Bologna!») e «difende» Genova quando uno dei suoi compari al Righi si appresta a urinare rivolto verso la città: «non devi farla contro Genova, non se lo merita»…
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