Il passato indelebile dell’ultimo brigatista

Raffaele Fiore (sequestro Moro) non si è mai pentito e non ha mai rinnegato la lotta armata Ora è il protagonista del libro di Aldo Grandi. Sa d’aver perso ma crede d’avere ancora delle ragioni

Quale verità. La tentazione è ancora molto, tanto, forte: scavare in quel pozzo di sangue che sono gli anni di piombo. Cercare e capire. Riallacciare i fili. Ricostruire. Vanno e vengono le memorie dei terroristi. Qualcuno chiede perdono, altri mettono a nudo i sentimenti. È una libreria del dolore o delle scelte sbagliate. Ma tra carnefici e vittime c’è una ferita aperta. I libri servono a sanarla? Forse no. Forse non serve neppure il tempo. La verità? È perduta. Quello che resta è la storia.
L’inverno degli anni ’70 resta cupo e buio con tutti i suoi misteri, con le seconde, terze, quarte verità. Aldo Grandi ha ragione, per esempio, quando nell’Ultimo brigatista (Rizzoli) scrive che su via Fani tutte le ombre resteranno tali. Ombre che forse non esistono, visto che tutti i protagonisti giurano di aver detto tutta la verità, tutto ciò che sapevano. Il commando era di dieci persone. Tutti brigatisti e i nomi si conoscono: Mario Moretti, Valerio Morucci, Franco Bonisoli, Raffaele Fiore, Prospero Gallinari, Barbara Balzarani, Bruno Seghetti, Alvaro Loiacono, Alessio Casimirri e Rita Algranati (quasi una comparsa, la vedetta che annunciò l’arrivo di Moro e della sua scorta). Non c’erano, secondo i protagonisti, «motociclisti alieni». I famosi killer professionisti in soccorso di quella banda di dilettanti chiamati Br. La strage, dicono sempre i terroristi, è tutta roba nostra. È quello che confessa a Grandi anche Raffaele Fiore, l’ultimo brigatista. Mai pentito, mai dissociato, una lotta armata mai rinnegata: questo è Fiore. È la prima volta che racconta, che parla. Alle sue spalle c’è un ergastolo. Ora è in libertà condizionata a Sarmato, in provincia di Piacenza, dove lavora per la Cooperativa Sociale Futura. Fiore è un uomo alto, pesante, quasi goffo, con un gran nasone. Lo ascolti e pensi che abbia sbagliato vita. Lo ascolti ancora e pensi che la rifarebbe.
C’è un determinismo storico nei suoi ricordi, una sorta di copione da cui - sembra - non si può fuggire. L’infanzia povera a Bari vecchia. La fabbrica come emancipazione. L’arrivo alla Breda di Milano. Il lavoro come prigione, l’operaio massa che sogna di diventare protagonista della storia, il sindacato puro e duro come scuola di ideologia, il clima del tempo, la curiosità verso i compagni che fanno la rivoluzione, l’arruolamento nelle Brigate rosse, i compagni arrestati e quelli che muoiono, la prova del fuoco, l’assassinio, l’arma che uccide il vicedirettore della Stampa Carlo Casalegno e il ritorno a casa come nulla fosse. La carriera nella colonna torinese, l’arrivo a Roma per massacrare la scorta di Moro, l’arresto, il carcere, il silenzio e una vita senza perdono. La certezza di aver perso, ma di avere ancora delle ragioni: «L’Occidente è una civiltà in decadenza. Sul piano dei valori non ha nulla da dare, non è un modello esportabile o da copiare. Una variante della cultura occidentale, quella identificabile con l’impero sovietico, è implosa. Il sistema americano difficilmente imploderà, al massimo esploderà, ma ci vogliono nuovi sogni perché ciò accada, meno pindarici dei nostri».
È un discorso che piace, oggi, ai militanti della galassia del «no»: i no global, i no tav, i no logo, i no occidente. La logica delle Br non si è mai estinta. I sogni possono ancora far male.
L’errore delle Br fu pensare di interpretare un sentimento comune, quasi a dire: la storia è dalla nostra parte. Fu questa illusione a dannare Fiore: «Ritenevamo che i concetti che diffondevamo trovassero rispondenza tra coloro a cui erano destinati. Lo sentivamo. Il nostro agire lo percepivamo come corpo estraneo rispetto all’insieme del movimento».
Ecco. Questa è la chiave che porta al terrore. Spari alla divisa, al nemico, e cancelli l’uomo: «Finisci per massacrare il tuo universo emozionale». Trent’anni dopo, sostiene Fiore, chiedere perdono è quasi inutile: «Io non ho mai voluto avere rapporti con i familiari delle vittime perché lo ritengo inutile e ipocrita. Che cosa puoi dire a una persona a cui hai rubato gli affetti?». Nulla. E su questo nulla qualche volta vittime e carnefici trovano l’accordo.
Racconta Andrea Casalegno: «Non conosco Raffaele Fiore, così come non conosco alcun brigatista proprio perché non desidero conoscere personalmente nessuno che abbia ucciso. La responsabilità, del resto, è per me del tutto identica, sia che uno sia l’autore materiale dell’omicidio sia che abbia fatto solo parte del commando. Non mi capiterà mai di conoscerlo perché non desidero avere contatti con lui. Si può essere ex brigatista, ma non si può essere ex assassini».