«In passato rifiutai, ora è il momento giusto»

L’attore in lista in Sardegna: «Veltroni vicino agli artisti? Non a me. Urgente creare le infrastrutture e insegnare l’educazione civica al Paese»

da Milano

«Sono felice. Fiero di candidarmi con il Pdl».
Luca Barbareschi, lei è forse l’unico artista di centrodestra. Hanno premiato la militanza?
«Ma no. È stata una scelta progressiva. Quasi naturale».
Chi gliel’ha chiesto?
«Gianfranco Fini con cui ho da anni un ottimo rapporto. Ho lavorato su suo input alla fondazione “Fare futuro”, un pensatoio in cui si ragiona di letteratura, ambiente, nuove tecnologie e tante altre cose».
Perché non prima?
«Mi era già stata offerta la candidatura, ma avevo rifiutato. Altre volte avrei voluto io, ma non loro. Forse perché ero e sono indipendente».
A suo tempo lei disse: il centrodestra ha riempito la Rai di zoccole.
«Confermo. Qualche mese dopo l’avvento del governo Berlusconi ho girato un film che nessuno ha visto, Il trasformista, in cui raccontavo la politica che non sopporto, quella di chi parte con un ideale e alla fine lo mette in vendita».
Già. Ma oggi cosa è cambiato?
«È il momento giusto. C’è un partito forte, c’è la possibilità di rimettere in moto il paese, di iniettare meritocrazia, ci sono Berlusconi e Fini, due cervelli lucidi».
Veltroni è vicino agli artisti.
«Non a me. E poi per capire com’è basta vedere come ha ridotto Roma. Si faccia un giro per la capitale. La romanità de Roma, con la d, è una farsa».
Non è che l’Italia sia messa benissimo.
«Questo è un paese da rieducare».
Barbareschi, non sarà il caso di calibrare le parole?
«Tranquillo, nessuna tentazione autoritaria. Dobbiamo insegnare l’educazione civica. E dobbiamo recuperare il tempo perduto».
Non si scaverà la sua nicchia, occupandosi di cinema e tv?
«Ma no. Io vado spesso a lavorare a Parigi. A Parigi prendo il treno e in due ore sono a Londra. Qua in due ore i pendolari non vanno da Milano a Novara. Qua mancano le infrastrutture».
I suoi colleghi la criticheranno.
«I miei colleghi mentivano tornando con la kefiah da Cuba e descrivendo le meraviglie di una Paese che non c’era. Io venivo spernacchiato perché elogiavo Fini e Berlusconi. I miei colleghi amano il pane e il prosciutto, meglio se un prosciutto molto costoso».
Non risulta che lei abbia indossato il saio francescano.
«Il mio bisnonno Saverio Fino fu fra i fondatori del Parlamento a Torino. Non si arricchì. Mio padre è stato partigiano bianco, bianco e non rosso, e non si è arricchito. Però conservo una sua foto bellissima scattata a Milano, sullo sfondo di mitra e tricolori, nel giorno della liberazione. Questa tradizione di famiglia conterà pure qualcosa».
Tradizione del Nord, ma lei si gioca la faccia in Sardegna. Perché?
«È una regione che amo. È un po’ lo specchio dell’Italia: potenzialità enormi, la realtà è quella che è. Sarà dura, ma dobbiamo rimettere in movimento l’Italia. Io trovo che Berlusconi abbia colto nel segno quando ha definito il Pdl un partito monarchico e anarchico. L’Italia al fondo è anarchica, ognuno va per conto suo. E più di tutti sono andati per conto loro i giudici».
Ce l’ha con la magistratura oltre che con chi ha riempito la Rai di signorine?
«I magistrati hanno effettuato un colpo di Stato con Mani pulite. Per fortuna Berlusconi ha resistito e oggi il clima sta cambiando. Oggi leggo che l’ex Pm Luciano Violante riabilita Craxi. A quanto vedo, con Craxi si erano sbagliati: la gente dovrebbe aprire gli occhi e riflettere».
La magistratura ha combattuto la corruzione...
«Battaglia sacrosanta, per carità. Però c’è qualcosa che non quadra».
Che cosa?
«Basta aprire i giornali. Il papà di Gravina sta in carcere, lui che ha subito il dolore più grande. Non ci sono più indizi ma resta dentro. Questo è un paese che dev’essere rifondato. E io ci provo, per la mia piccola parte».