Un passato di terrore per il «martire» Abu Omar

La nuova icona dell’anti imperialismo avrebbe militato nella Jihad islamica e combattuto in Afghanistan Nel ’96 l’arresto in Albania come sospetto attentatore

Luca Rocca

Da osservato speciale dell’antiterrorismo a martire del fondamentalismo islamico. L’anonimo imam della moschea di Milano, Abu Omar, è diventato ormai un’icona mondiale dell’antimperialismo militante a seguito delle note vicende che lo vedono protagonista. Al di là di ciò che saranno le risultanze processuali di una vicenda per molti lati ancora oscura, nessuno sembra più ricordarsi di chi fosse in realtà - stando agli accertamenti di Digos e Ros - questo abile tessitore di rapporti con esponenti vicini ad Al Qaida, impegnato nel proselitismo di kamikaze come nel procacciamento di finanziamenti e documenti falsi. Scrive il Ros dei carabinieri in un’informativa del 29 luglio 2004: «Da un’attenta rivisitazione degli elementi acquisiti, Abu Omar appare oggi senza dubbio alcuno il promotore e il regista dell’invio degli estremisti dall’Italia nel Kurdistan per ingrossare le file di Ansar Al Islam del terrorista giordano Abou Mussab Al Zarkawi», organizzazione che ha sfornato uomini da immolare in Irak.
Il rapimento di Abu Omar, avvenuto poco prima del bombardamento dei campi di Ansar Al Islam, «era sicuramente scaturito dalla ritenuta eccezionale pericolosità dell’individuo alla vigilia dell’attacco alle basi di Ansar Al Islam in Irak», sottolinea sempre il Ros. Che più avanti aggiungerà: «L’imam di via Quaranta è il principale referente degli estremisti islamici a Milano e in Lombardia, grazie anche alla sua opera di imam itinerante nelle diverse moschee del Nord Italia». Abu Omar avrebbe ricoperto un ruolo di primo piano nella Jihad islamica egiziana dopodiché sarebbe stato un protagonista attivo dei combattimenti in Afghanistan prima e in Bosnia poi prima di rifugiarsi in Albania dove nel 1996 è stato arrestato perché sospettato di aver preso parte a un progetto di attentato contro il ministro degli Esteri egiziano in visita a Tirana.
Per i carabinieri non ci sono dubbi sui legami tra il referente religioso di via Quaranta e il connazionale Mahmoud Abdelkader Es Sayed, alias Abu Saleh, al vertice della rete di Osama Bin Laden, probabilmente ucciso durante i bombardamenti americani a Tora Bora, in Afghanistan. Abu Saleh non è un signore qualunque. Giunto in Italia nel maggio del 1998, confessa di appartenere al gruppo «Talaie Al Fatah», responsabile dell’attentato all’ambasciata egiziana di Islamabad, in Pakistan, del novembre 1995. Il suo domicilio milanese è in via Conte Verde 18, lo stesso utilizzato da Abu Omar. Abu Saleh frequenta connazionali che fanno capo all’Istituto culturale islamico di viale Jenner, alcuni dei quali già arrestati nel corso dell’operazione antiterrorismo denominata «Sfinge» condotta tra il 1993 e il 1995. Intercettazioni provenienti dall’Iran evidenziano i rapporti strettissimi tra Abu Saleh e l’estremista Rifa ’i Ahmad Taha Mousa, leader della «Jamaa Islamica» egiziana, tra i fondatori del «Fronte islamico internazionale» riconducibile a Osama. E ancora. Un numero di cellulare in uso ad Abu Omar spunta in diverse agende di soggetti arrestati o coinvolti nell’operazione «Al Muhajirun» che nel 2001 ha portato allo smantellamento della cellula del «Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento» attivo in Lombardia.
Osserva la Digos nel rapporto dell’11 febbraio 2002: «Abu Omar è direttamente collegato alla filiera dell’egiziano Es Sayed Abdelkader Mahmoud, alias Abu Saleh, che si è adoperato per far giungere il predetto a Milano affinché egli assumesse un incarico di rilievo nella comunità islamica di via Quaranta». E di seguito: «Diversi elementi fanno oggi ritenere che Abu Omar abbia di fatto assunto il ruolo di reclutatore per conto di Al Qaida dopo la partenza del suo connazionale alla volta dell’Afghanistan». Fonti dell’Antiterrorismo degne di essere citate nelle informative raccontano di «alcune sessioni di addestramento teorico per futuri mujaheddin svolte da Abu Omar all’interno dei locali di via Quaranta» basate sull’indottrinamento ideologico-religioso, la conoscenza delle principali armi da fuoco, le tecniche di contropedinamento ed elusione delle forze di polizia, l’addestramento alla criptazione di file informatici. Il corso sarebbe stato frequentato da sette o otto studenti maghrebini e mediorientali, a cui s’imponeva di indossare la tipica djellaba araba, di radersi la barba, indossare all’esterno abiti occidentali e evitare la frequentazione di altri connazionali.
Sotto intercettazione della Digos (nota del 23 aprile 2002) Abu Omar inneggia all’antisionismo con un tunisino vicino agli integralisti dell’inchiesta su Al Muhajirun («Non capisco questo tuo odio verso i fratelli, perché non lo usi verso gli ebrei?»). Con Enduring Freedom cresce ancora il prestigio di Abu Omar allorché si presenta la necessità di ridisegnare il ruolo delle cellule «italiane» contemporaneamente al passaggio, a Milano, di Farj Hassam, luogotenente di Bin Laden tra l’Europa e l’Irak, noto col soprannome di «Hamza il libico». Commenta il Ros: «Abu Omar esplicitava la sua volontà di essere protagonista della strategia eversiva in via di costituzione in Europa». Nel dicembre 2002 l’Antiterrorismo lancia l’Sos per i rapporti ravvicinati con Drissi Noureddine, ex bibliotecario della moschea di Cremona, leader di una cellula con addentellati in Norvegia, Germania e Francia, finito in galera con l’accusa di terrorismo internazionale. Ecco, questo è l’Abu Omar che oggi chiede giustizia, vittima sacrificale delle extraordinary renditions americane. Prima di farne un martire occorrerebbe, però, un giusto sforzo di memoria.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it