In passerella creatività, eleganza e valori tradizionali

I capi ricamati di Berardi sono un inno al Rinascimento

Daniela Fedi

da Parigi

La Parigi della moda è rimasta senza parole. Ieri hanno sfilato ben tre italiani - Valentino, Stefano Pilati di Yves Saint Laurent e Antonio Berardi - raggiungendo vertici di bravura inutilmente inseguiti da molti degli stilisti francesi. Per ridar fiato alla grandeur del made in France c’è voluto prima il bellissimo defilé giaponista di Alber Elbaz per Lanvin, poi il mega evento organizzato la scorsa notte da Louis Vuitton al Petit Palais per festeggiare lo show di Marc Jacobs e l’apertura del global flagship store sugli Champs Elysées. Inutile dire che il potente Gruppo LVMH ha «sparato» i grossi calibri sul fronte delle star invitate: da Uma Thurman a Sharon Stone, da Barbara Berlusconi a Depardieu, da Salma Hayeck a Bob Geldof. Invece su quello dello stile i nostri designer hanno messo i fiori dell’eleganza nei loro «cannoni».
«Sono una vecchia volpe in questo mestiere, prendo le cose così come vengono» ha detto Valentino subito dopo aver presentato una delle collezioni più romantiche di questa stagione primavera-estate 2006 che tutti vedono orientata al romanticismo di pizzi, fiocchi e volants. Non a caso lo stilista il prossimo 27 ottobre riceverà a New York, dalle mani di Meryl Streep, l’ambitissimo Oscar del Fashion Group americano dedicato quest’anno ai grandi romantici della moda. Entro fine anno, poi, verrà insignito anche della Legion D’Onore nel corso di una solenne cerimonia presieduta dal ministro della cultura francese. Pur dicendosi felice di questi riconoscimenti, il più famoso dei nostri couturier ha fatto chiaramente capire che per lui conta una sola onorificenza: esaltare la bellezza femminile con le sue creazioni. In effetti vicino a una donna vestita Valentino tutte le altre sembrano straccione. Basterebbe una delle piccole e deliziose giacchine dalla vaga ispirazione orientale che ieri hanno sfilato insieme con semplici pantaloni a sigaretta, ballerine di vernice e belle bluse senza tempo, per costruire un’immagine di compiuta eleganza formale. Certo i pantaloni con un gigantesco fiocco davanti e alcuni abiti letteralmente annegati dai volants, non parlavano il linguaggio della modernità. Ma i vestiti da sera a grandi fiori ripresi dai motivi dei vasi Ming, tutti gli accessori e un indimenticabile mini poncho a rose ricamate in cristalli dai sognanti colori, costruivano quell’immagine «very Valentino» che ogni donna di buon senso considera come punto d’arrivo.
Il giovane Stefano Pilati è invece partito dalla Spagna per costruire la sua terza collezione Saint Laurent. «Avevo voglia di una donna forte, dalla decisa sessualità» ha detto sommerso da baci e abbracci subito dopo aver fatto sfilare 35 divine creature issate su solide scarpe dal tacco altissimo (tra le più belle viste in questa tornata parigina) che bilanciavano magistralmente le proporzioni delle affusolate gonne al ginocchio con un grande jabot sul davanti, le varie bluse decorate da mille plissé e alcuni curiosi cardigan a mantiglia. Ottima l’idea di riferirsi nei materiali all’arte di Antoni Tàpies, il surrealista catalano nato nel 1923 che ha dipinto capolavori assoluti (uno per tutti Terre su marron foncè) sui sacchi di juta invece che sulla tela. Infatti Saint Laurent nel senso di Yves fece strepitose collezioni spagnole dedicate a Goya oppure a Picasso. Logico quindi proporre alle figlie delle fortunate proprietarie di quei capolavori sartoriali che oggi valgono una fortuna sul mercato del vintage, gli stessi pantaloni da torero però in grosso lino effetto stuoia, le gonne a palloncino nell’identico materiale, ancora ruches e volants ma con un’aria nuova. «Dietro questa collezione c’è un lavoro incredibile» diceva commossa la madre dello stilista nel parterre concludendo con una frase da tipica mamma italiana: «Per me è sempre il mio bambino».
Antonio Berardi che è di origine siciliana e nei valori della famiglia crede ciecamente, ha lavorato in modo geniale sull’idea dei capi ricamati, soprattutto bianchi oppure in un pallido ed elusivo punto di grigio, tramandati di madre in figlia nel corso dei secoli. Il risultato era una donna angelica, uscita da un quadro del Rinascimento per entrare a passo sicuro nel XXI secolo. Se Lucrezia Borgia vivesse oggi e non fosse la perversa creatura che era, vestirebbe di sicuro Berardi.