La passerella finale delle «curve à porter»

da Milano

«Grasso è bello, me ne mandi due da un quintale». Veniva spontaneo dirlo dopo la straordinaria sfilata di Elena Mirò, marchio specializzato in «curve à porter», con cui ieri si è chiusa in bellezza la travagliata tornata della moda milanese. Per la prima volta in passerella al posto delle top model che sono almeno il 9 per cento più magre e il 16 per cento più alte delle donne normali, c’erano 20 giunoniche bellezze taglia 48 e anche più. Tonde, morbide, sinuose e dolci come un babà, le ragazze hanno presentato modelli un tempo impensabili per chi non ha quel fisico patito prediletto dai soloni della moda: dall’abito-bustier bianco alle gonne a tubo con ampio spacco dietro passando per il sempiterno tubino da sera dalla cui scollatura faceva capolino il reggiseno in pizzo riempito in modo naturale e non di silicone o bambagia spinta in alto dal push up.
Il risultato era a dir poco confortante tanto che all’uscita tutti sorridevano. «Sfilare è stato il traguardo più bello: un messaggio forte lanciato a chi non si accetta per quello che è» ha detto Monica Ferro, modella con 100 centimetri di seno, 78 di vita, 107 di fianchi e una carica d’intelligente simpatia che nessuna dieta sarebbe in grado di mantenere. «Fare il casting è stato molto più piacevole che difficile: questo è solo il primo passo di una vera rivoluzione culturale» ha concluso Mauro Davico, direttore della comunicazione del Gruppo Miroglio, un colosso da 907 milioni di euro all’anno che ha trasformato Elena Mirò in un fenomeno di mercato. La griffe veste quel 35 per cento di donne europee che indossano taglie dalla 46 in su. Il loro segreto? Uno staff di 15 persone che lavorano su millimetri e tendenze per sconfiggere quella moderna dannazione per cui oggi chi non ha un corpo di sole ossa si sente «imponderabile in un mondo di pesi e smisurato in universo di misure» come diceva la poetessa russa Marina Cvetaeva. \