Passiamo a prenderti

Questa bellissima storia dimostra che l'industria italiana non ha certo paura del moloch cinese, anzi. L'Iveco-Fiat, nel 2001, mise in piedi una joint venture italo-cinese per produrre dei furgoni Iveco Daily da vendersi a 400.000 yuan, circa 40.000 euro. Il problema è che i furgoni vennero acquistati perlopiù da tribunali cinesi che presero a trasformarli in cosiddette camere mobili di esecuzione: camioncini usi a raggiungere direttamente il luogo delle condanne a morte (10mila all'anno, in Cina) affinché il malcapitato venisse legato a un lettino di metallo e poi siringato letalmente, il tutto controllato da un monitor posto accanto al posto di guida prima di ripartire per la tournée. Amnesty international, nel dicembre del 2003, decise di scrivere alla Fiat per dissuaderla dalla funerea produzione, ma gli risposero che non erano in grado di verificare l’uso dei propri veicoli da parte dell’acquirente e insomma nisba. Ma i diritti umani alla fine trionfano sempre.
Nell'agosto scorso, infatti, l'Iveco ha trovato il pretesto per potersi sfilare dall'imbarazzante travaglio etico e ha finalmente bloccato la produzione dei veicoli. Per non offendere le autorità cinesi, come scusa, l'azienda si è limitata a rilevare che dalle sue casse mancavano 12 milioni di euro (122 milioni di yuan) per i quali purtroppo ha dovuto denunciare il partner cinese, ma sono formalità. Cosa non ci s'inventa per far trionfare i diritti umani.