La «passione» del Professore inizia con Bertinotti

Missione quasi disperata per l’aspirante premier: definire i successori di Pera e Casini e presentarsi da Ciampi il 5 maggio con la lista dei ministri in tasca

Laura Cesaretti

da Roma

È una corsa contro il tempo, quella di Romano Prodi, che ieri ha ufficialmente aperto le sue consultazioni con gli alleati andando in pellegrinaggio in Umbria da Fausto Bertinotti, mentre oggi vedrà Fassino e Rutelli (per i quali potrebbe tornare in ballo un incarico ministeriale di peso).
La presidenza della Camera è «il primo punto di crisi», come dice il coordinatore della Margherita Dario Franceschini, perché a contendersela sono due partiti di peso come Rifondazione e i Ds: o Bertinotti o D’Alema devono dunque recedere. Ma il primo ha detto chiaro che non accetterebbe altre compensazioni, e che a entrare nel governo non ci pensa neppure, e Prodi vuole evitare il rischio di lasciare il leader Prc a «mani libere». Ma non è neppure possibile che i Ds escano senza nulla dal risiko istituzionale: Senato alla Margherita, Camera al Prc e magari Quirinale ad Amato. Ergo, «Bertinotti può avere Montecitorio solo se D’Alema si assicura il Quirinale», prevede il verde Paolo Cento. Già il primo round di Prodi rischia quindi di essere assai complicato.
Sa benissimo, il Professore, che è in corso una partita per logorarlo prima ancora di dargli la possibilità di varare il suo governo, e sospettoso com’è ha anche il dubbio che quella partita, di cui sono attori espliciti Berlusconi, la Cdl e le loro manovre per allungare i tempi della proclamazione ufficiale della vittoria dell’Unione, possa trovare sponde in casa sua. Per questo punta tutto sulla ormai famosa «finestra» di inizio maggio, tra la prima convocazione delle Camere il 28 aprile e l’inizio degli scrutinii per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, collocato attorno al 13 maggio. Prodi vuole arrivare al 5 maggio (titolo di una nota ode funebre manzoniana) con il puzzle di tutti gli incarichi già perfettamente definito, e la lista dei ministri in tasca. Per reclamare a quel punto da Ciampi l’adempimento di quella che il Professore ha preso per una mezza promessa: se effettivamente per quella data il quadro della maggioranza sarà completato, i presidenti di Camera e Senato saranno stati eletti al primo colpo, i gruppi parlamentari costituiti e insediati, il capo dello Stato potrebbe conferirgli il sospirato incarico, e Prodi chiedere la fiducia al Parlamento prima dell’inizio delle votazioni sul Quirinale. La finestra però è strettissima, le caselle che devono andare al loro posto sono infinite e complesse, e Ciampi dopo il colloquio del 12 aprile con Prodi, che i ben informati definiscono piuttosto burrascoso (il Professore avrebbe addirittura suggerito dimissioni anticipate per accorciare i tempi dell’incarico da parte del successore al Colle, «che naturalmente potresti essere tu», input respinto con una certa irritazione), aveva fatto sapere che anche in quel caso era deciso a condurre «approfondite consultazioni» con tutti gli attori in campo. Presidenti delle Camere, ex capi dello Stato, ma anche i rappresentanti di tutte le decine di gruppi parlamentari. Consultazioni lunghe, dunque. E la ferma reiterazione della sua intenzione di non concedere un bis al Colle: se ne è fatto portavoce Eugenio Scalfari, secondo il quale Ciampi «ha irrevocabilmente deciso di non accettare una riconferma».
Il Quirinale, assicurano però da ambienti ulivisti, avrebbe «ammorbidito» le sue posizioni negli ultimi giorni, ponendo come condizione che per il 5 maggio Prodi gli presenti un assetto di governo definito, e la sicurezza di non schiantarsi alla prima curva in Senato. «Ce la farò», avrebbe assicurato Prodi. «Ma è solo una delle condizioni», dicono al Botteghino, «Ciampi resta convinto che secondo una corretta prassi costituzionale l’incarico spetti al suo successore, e noi non vogliamo certo tirargli la giacca». Dunque, «è tutto nelle sue mani», ma «ovviamente incoraggiamo il tentativo di Prodi, per evitare un ulteriore mese di fibrillazioni pericolose». Anche perché il 28 maggio si vota per le amministrative, e il centrosinistra non può permettersi di restare in mezzo al guado. E, paradossalmente, proprio questa necessità di sopravvivenza potrebbe aiutare Prodi a disinnescare veti, ricatti e ambizioni contrapposte dei suoi alleati, e a stringere i tempi.