«Un passo avanti, ma doveva parlare prima»

Roma«Apprezzo davvero le parole pronunciate da Benedetto XVI. Anche se bisognava che quelle cose le dicesse prima». Giuseppe Laras, già rabbino capo di Milano, è oggi il presidente dell’assemblea rabbinica italiana. Uomo di dialogo, dice di aver sofferto per ciò che è accaduto negli ultimi giorni.
Rabbino Laras, il Papa ha usato parole inequivocabili sulla Shoah e contro ogni sua negazione o riduzione. Come le giudica?
«Sono parole importanti, positive ma... secondo me doveva dirle prima. Guardi, io non pretendo certo di insegnare il mestiere al Papa, le esprimo i miei sentimenti e le mie impressioni. Ecco ciò che penso: non si è calcolato l’effetto negativo che le parole di Williamson hanno avuto. Il negazionismo è una falsità storica, oltre che un’infamia. Il fatto che l’intervista sia stata rilanciata in concomitanza con il Giorno della Memoria ci addolora ancora di più, perché proprio in questi giorni il ricordo acutizza e approfondisce il dramma tremendo che il nostro popolo ha vissuto, la Shoah».
Il Papa ha detto la Shoah deve essere per tutti monito contro l’oblio...
«Le ripeto, sono parole che hanno il loro peso. Nel frattempo però c’è stata la presa di posizione del Gran Rabbinato d’Israele, che ha deciso di interrompere il dialogo e chiede una dichiarazione dei lefebvriani, per conoscere ciò che davvero pensano sulla Shoah e anche sul Concilio Vaticano II, che con il decreto Nostra aetate ha aperto un nuovo capitolo nella storia dei rapporti tra Chiesa cattolica ed ebrei».
Che cosa si aspettava che facesse Benedetto XVI?
«Poteva intervenire prima, intervenire subito. Poteva riammettere tre dei quattro vescovi, chiedendo al sostenitore di una tesi così aberrante di attendere e di compiere un cammino di purificazione. Vede, sappiamo bene chi sono e che cosa rappresentano i cosiddetti lefebvriani. Ricordo ciò che dissero contro Giovanni Paolo II quando venne a visitare la Sinagoga di Roma. Forse, prima di prendere il provvedimento di revoca della scomunica - che so bene essere un atto interno alla Chiesa -, bisognava avere maggiori garanzie sull’accettazione del Concilio».
Le reazioni alle parole del Pontefice sono positive, anche quelle che arrivano da Gerusalemme. Che cosa pensa del viaggio di Ratzinger in Israele?
«Io ho creduto nel dialogo, mi dispiace constatare queste difficoltà. Ciò che è accaduto in questi giorni rende tutto più complicato e difficile. Oggi non vedo le condizioni per il viaggio, c’è troppa irritazione e troppo sospetto. Serve un periodo di decantazione».
Dopo l’intervento papale si può dire che il caso sia chiuso?
«Le chiarificazioni sono state tardive. La Santa Sede si sarebbe evitata un sacco di guai e anche di polemiche se il Papa avesse parlato subito. Non vorrei che chiuso questo caso, fra qualche settimana, ne spuntasse un altro. Quelli che stiamo vivendo sono come attacchi violenti di febbre, che debilitano l’organismo del dialogo ebraico-cattolico. Bisogna fare molta attenzione, perché se gli attacchi si ripetono, alla fine il paziente soccombe».