Il pasticcio delle toghe

Il destino parlamentare della legge di riforma dell'ordinamento giudiziario è un banco di prova importante, da molti punti di vista. Non si tratta solo di saggiare la capacità dell'attuale maggioranza di esprimere un'autonoma politica della giustizia, resistendo ai diktat provenienti dalla parte più radicale della magistratura associata. Non si tratta solo di verificare la volontà dell'attuale opposizione di difendere alcune delle scelte qualificanti contenute in quella legge. Più ampiamente, si tratta di capire quanto sia percorribile, oggi in Italia, la strada che conduce a un ordinamento della magistratura più moderno e adeguato alle trasformazioni che la funzione giudiziaria ha subito in questi decenni, non solo nel nostro Paese.
Viste le premesse che tutti ricordiamo, va riconosciuto che l'approvazione al Senato del disegno di legge Mastella è un segnale non del tutto negativo. Ben altri esiti faceva presagire l'iniziale ed imperiosa richiesta, fatta propria da buona parte della magistratura associata, dell'integrale sospensione dell'efficacia della riforma Castelli, da realizzare addirittura con decreto legge. E a un cupo pessimismo aveva indotto il sorprendente ruolo giocato dalla stessa magistratura associata nella scelta del nome del ministro della Giustizia, al momento della formazione del governo. Il rischio di vedere la politica giudiziaria della maggioranza appiattita sulle posizioni più oltranziste era fortissimo.
Ora, apparentemente, queste posizioni sono state sconfitte. Che ciò sia accaduto attraverso percorsi parlamentari - diciamo così - non limpidissimi è secondario. Conta di più che una parte importante della riforma sia rimasta in piedi. Le scelte sulla Scuola della Magistratura, sull'organizzazione degli uffici del pubblico ministero, sulla tipizzazione e l'irrobustimento degli illeciti disciplinari, restano invariate o con modifiche che non toccano i principi.
Ora, però, l'attenzione deve spostarsi su due altri nodi essenziali: il modo in cui deve essere organizzata la progressione in carriera dei magistrati e la questione della separazione delle carriere (o delle funzioni) di giudici e pubblici ministeri. La riforma Castelli prevede che la progressione in carriera avvenga attraverso un complesso meccanismo di concorsi e stabilisce che entro il 28 ottobre 2006 i magistrati in servizio debbano definitivamente scegliere se appartenere alla magistratura giudicante o a quella inquirente. Su questi punti, il disegno di legge Mastella interviene in modo interlocutorio, sospendendo l'efficacia della riforma fino al 31 luglio 2007. Solo che, per gli infortuni parlamentari della maggioranza, nell'attuale testo del disegno di legge non c'è la norma che consentirebbe alla sospensione di spiegare subito i suoi effetti. Una norma cruciale, perché in mancanza di essa, anche se la Camera approverà la riforma prima del 28 ottobre, a causa della normale vacatio legis di quindici giorni la legge entrerà in vigore dopo la scadenza del termine per l'opzione.
Che fare in questa situazione? A sommesso avviso di chi scrive, coloro che hanno a cuore l'introduzione di un ordinamento giudiziario da Paese civile dovrebbero preoccuparsi più delle soluzioni a medio-lungo termine che non di prolungare o aggravare questo mezzo pasticcio.
Se la maggioranza non riuscirà ad approvare definitivamente la sua legge di sospensione nei tempi necessari, è probabile che si farà risentire l'invocazione di un decreto legge che risolva il problema. L'opposizione, beninteso, avrebbe molte frecce al suo arco per obiettare contro la legittimità di questa scelta. Prima fra tutte quella per cui il decreto legge sarebbe destinato a rovesciare una precisa scelta parlamentare.
Ma se non si vuole fare solo del piccolo cabotaggio sembrerebbe essenziale concentrarsi sugli obbiettivi di fondo. La progressione in carriera dei magistrati deve avvenire non per mera anzianità, ma attraverso percorsi di aggiornamento efficaci e seri controlli di professionalità, non necessariamente affidati al solo Consiglio superiore della Magistratura. Se il sistema dei concorsi previsto dalla riforma Castelli ha delle macchinosità, si lavori per eliminarle, lasciando però inalterato il principio che la guida.
La separatezza, non solo di funzioni processuali, ma anche negli aspetti ordinamentali, tra magistrati giudicanti e magistrati del pubblico ministero è una precondizione per un sistema giudiziario da Paese civile. Nessuno vuole creare isole o inutili barriere. La formazione e i percorsi professionali di tutti i magistrati devono essere il più possibile comuni. E il problema non è forse neanche l'irreversibilità della scelta, perché la comunicabilità tra esperienze professionali diverse è una ricchezza. Quel che però conta è che se un magistrato decide di fare il pubblico ministero e non il giudice deve sottostare a un'organizzazione burocratica di riferimento separata da quella del giudice. Questo implicherebbe avere due Csm, o due sezioni separate del Csm, e per ottenerlo bisognerebbe cambiare la Costituzione. Di questi tempi, sembra un discorso irrealistico. Ma se l'opposizione vuole contribuire a gettare le basi per riforme destinate a durare dovrebbe (ri)cominciare a porsi il problema.