Il pasticcio estivo del Botteghino tra banche e coop

Francesco Damato

Antonio Di Pietro, considerato anche per la sua esperienza di magistrato un esperto del ramo, ha definito il risiko bancario e finanziario emerso dalle intercettazioni telefoniche di Antonio Fazio, Gianpiero Fiorani, Stefano Ricucci, Emilio Gnutti, Giovanni Consorte eccetera eccetera «un gigantesco verminaio peggiore di Tangentopoli». Che a questo punto potrebbe apparire una storia di più o meno banali «marachelle».
Achille Occhetto, un altro che si può considerare esperto del ramo per essersi scusato come ultimo segretario del Pci e primo del Pds per il coinvolgimento di alcuni suoi compagni nelle indagini e nei processi di «Mani pulite», si è significativamente augurato che «questa volta non ci siano tangenti». Delle quali forse ha sentito la puzza in certe scalate finanziarie e bancarie, alcune delle quali imprudentemente sostenute, secondo lui, dai suoi successori alla guida del maggiore partito della sinistra. Egli ha accomunato nelle critiche Piero Fassino e Massimo D’Alema: il primo per il sostegno alla scalata dell'Unipol di Giovanni Consorte alla Banca Nazionale del Lavoro, bollata peraltro da Mario Pirani sulla insospettabile Repubblica come «smodata aspirazione» e «inutile avventura», e il secondo per avere incoraggiato da presidente del Consiglio nella scorsa legislatura «la cordata Colaninno» nella conquista di Telecom.
Puzza di tangenti è stata avvertita e denunciata anche da Francesco Rutelli, il presidente della Margherita. Il quale, intervistato dal Corriere della Sera, ha parlato di confessioni «a mezza bocca» ricevute da «imprenditori». Anche a lei giungono voci su tangenti e illegalità varie? è stato chiesto il giorno dopo a Luciano Violante. Il quale ha risposto: «Sempre più spesso». Ma chissà perché egli ha disinvoltamente dato la colpa al «cattivo esempio del presidente del Consiglio e della sua maggioranza», pur sapendo benissimo che la polemica sulla «questione morale» è scoppiata e va sviluppandosi tutta all’interno dell'opposizione, come dimostrano gli anatemi lanciati da Fassino contro gli alleati che, criticando il suo partito per i rapporti con il mondo della finanza, «segano il ramo su cui sono seduti». Di che cosa va mai parlando, quindi, il capogruppo diessino della Camera? Provi piuttosto a farsi spiegare dai suoi compagni che governano gran parte delle regioni quello che ha denunciato con impietosa franchezza Rutelli parlando di «moltiplicazione degli enti, delle finanziarie e delle agenzie promozionali di questo o di quello».
Il tentativo di Violante di attribuire generiche responsabilità al presidente del Consiglio e alla maggioranza in questo grande pasticcio estivo delle scalate e relative intercettazioni telefoniche è alquanto patetico se si considerano i guai del segretario del suo partito. Che pensava di poter compromettere Berlusconi nei progetti di Ricucci sul Corriere della Sera ed è finito invece infognato nella difesa della scalata dell'Unipol alla Banca Nazionale del Lavoro per via dei vecchi, consolidati rapporti di empatia della sinistra con il mondo delle cooperative. Che è lo stesso - non dimentichiamolo - emerso più di dieci anni fa da molte indagini giudiziarie come partecipe di quel balordo sistema degli appalti cui attingeva da tempo il finanziamento illegale della politica, di tutta la politica, anche di quella comunista, nonostante la «diversità» orgogliosamente rivendicata da Enrico Berlinguer e dai suoi successori.