PASTICCIO INTERNAZIONALE

Se il problema fosse quello di votare i finanziamenti alla missione italiana in Afghanistan, se ci fosse solo da scegliere tra una sinistra responsabile e di governo, allineata sulle posizioni di Romano Prodi e Massimo D’Alema, rispetto a un’ala pazza e antiamericana, allora avrebbe ragione l’Udc a chiedere di votare a fianco del governo anche dall’opposizione nella prossima scadenza di fronte a cui si dovrebbe trovare oggi il Senato.
Ma al di là dell’estremismo di settori neocomunisti o verdi, la questione in ballo in questi giorni in Parlamento è l’indirizzo complessivo che il nuovo governo sta assumendo in politica estera: il rifinanziamento della missione italiana a Kabul è chiaramente legato all’uscita frettolosa e generalizzata dei nostri soldati dall’Irak: e, come osservano anche amici del duo Prodi-D’Alema, persino José Luis Rodriguez Zapatero quando scappò dalla Mesopotamia, per mantenere buoni rapporti con gli americani, consolidò il proprio contingente militare in Afghanistan. Noi, no. Donald Rumsfeld aveva chiesto l’impiego di nostri aerei Amx ad Arturo Parisi, ma il governo non li vuole inviare. Dopo avere avanzato la ridicola proposta di mandarli ma senza armamenti offensivi. E si parla, oggi, di ritirare 400 militari da Kabul. E si pronunciano frasi ambigue sul fatto che la nostra missione non è senza scadenza.
La linea scelta da Farnesina e Palazzo Chigi non è la conferma di quella sostenuta da Silvio Berlusconi, bensì una proposta incerta e disaccorta che ci sta contrapponendo non solo a Washington ma anche alle capitali europee assai esposte nella guerra ai talebani. Un indirizzo che si collega ai tanti pasticci che sta combinando il duo Prodi-D’Alema: dalle prese di posizioni sull’Iran, dove la difesa dei nostri interessi avrebbe richiesto di seguire la maggiore prudenza dimostrata dal governo Berlusconi. Allo scenario israeliano-palestinese dove le battute dalemiane di scarso gusto sull’equivicinità tra Gerusalemme e l’Anp oggi governata dal movimento terrorista di Hamas, hanno fatto arretrare l’intesa con Israele pazientemente costruita innanzi tutto dall’ex ministro degli Esteri Gianfranco Fini.
E già si delineano serie sconfitte diplomatiche: innanzi tutto per quel che riguarda la composizione del consiglio di sicurezza dell’Onu, dove il rapporto con Washington e la chiarezza della nostra linea avevano assicurato all’Italia un ruolo di primo piano nella formulazione delle proposte di riforma. Oggi con Prodi da una parte che svende le nostre posizioni con la Germania. E D’Alema che si muove in modo poco meditato, il rischio di subalternità e isolamento per l’Italia si rafforza. Senza che, con una Germania un po’ impacciata dalla Grande coalizione e una Francia del cui sbandamento solo Prodi non si è accorto, si costruiscano scenari minimamente interessanti in alternativa alla politica del governo Berlusconi. È, dunque, vero che la politica estera deve restare un terreno su cui si possono e in alcuni casi si devono costruire scelte bipartisan in difesa degli interessi nazionali e di più larghe intese internazionali. Ma Pierferdinando Casini dovrebbe farsi spiegare dal suo grande amico José Maria Aznar come ci si comporta di fronte a politici come Zapatero che hanno buttato a mare il prestigio conquistato dalla Spagna in lunghi anni di seria politica estera e ridotto Madrid a una voce senza peso sulla scena mondiale. Qualche paura per le manovre disgregatrici del centrodestra messe in atto da un Marco Follini non può condizionare comportamenti che vanno presi sulla base di valutazioni di ben più ampio respiro.