Il pastore diventato mecenate fa rivivere la sua Itaca d’Abruzzo

Il fondatore della storica Galleria Trentadue dona gran parte della sua collezione (con opere di Goya e Picasso) alla terra natale

Un giorno Ulisse ritornò a Itaca. Ma la piccola isola andava stretta a chi aveva conosciuto terre strane e meravigliose, così Ulisse si trovò di fronte a una scelta: o ripartire per cercare nuove terre oltre le Colonne d’Ercole o rimanere e rendere grande la piccola Itaca. Scelse di rimanere.
Che cosa aveva Ulisse per rendere grande Itaca? Aveva l’arte, che non conosce linee di confine, abbatte i muri, attraversa i mari e apre nuovi orizzonti. Ulisse decise di rendere grande Itaca con l’arte.
È questa in sintesi la vita e l’opera di Alfredo Paglione, classe 1936, che giovanissimo lasciò il minuscolo borgo abruzzese di Tornareccio - un grumo di case su cui troneggia il Monte Pallano cinto di mura megalitiche - e andò a Milano dove divenne uno dei più famosi galleristi d’Italia e d’Europa, il proprietario della mitica Galleria Trentadue. Oggi Paglione è ritornato a Tornareccio e vedremo come.
«Il pastore che scalò i grattacieli» lo ha definito l’amico poeta Enzo Fabiani nel libro appena edito da Vallecchi e curato da Giovanni Gazzaneo (I due soli) con il quale critici e artisti hanno voluto rendere omaggio al mercante che per quarant’anni - dal 1963 al 2000 quando la Trentadue ha chiuso i battenti - è stato amico, consigliere, mecenate. «Fabiani ha colto nel segno - commenta Paglione nella sua villa di Giulianova - perché io da bambino il pastore l’ho fatto. Quando tornavo da Chieti, dove studiavo, a Tornareccio per le vacanze estive, mi arrampicavo su per i pascoli con le pecore degli zii. Stavo via giornate intere portandomi libri da leggere. E anche il grattacielo ha un significato: la prima Galleria Trentadue era al 32 di piazza della Repubblica, ai piedi del grattacielo». La vita di Alfredo Paglione è piena di simboli e coincidenze. Un segno del destino benevolo, secondo lui. «Ho avuto la fortuna di incontrare persone meravigliose che mi hanno aiutato sempre e lo scopo della mia esistenza è di rendere palese la mia riconoscenza». Forse non si rende conto che questa fortuna la porta in se stesso, nella sua indefessa operosità, nell’umiltà che lo rende sempre stupito di ciò che vede, nella generosità. Forse un frutto della fervente fede cristiana eredità del padre Ottavio. «Mio padre era di origini contadine. Nella prima guerra mondiale si trovò sulla Marna dove i gas venefici lo resero quasi cieco. Tornò gravemente invalido ma si sposò, ebbe sei figli, avviò un’impresa di costruzioni. Non si abbattè neppure quando mia madre Maria Cristina morì nel mettere al mondo l’ultima figlia. Spese tutte le sue forze per farci studiare. Di me capì subito la passione per l’arte».
Il secondo padre di Alfredo Paglione è Aligi Sassu, che incontrò a Roma nel 1958, dove si era iscritto a Geologia. «È l’incontro che ha cambiato la mia vita. Sassu aveva regalato un piccolo crocefisso a una giovane musicista colombiana, Maria Elenita Olivares che poi sarebbe divenuta sua moglie. Io scrissi una poesia per quel crocefisso e la portai con trepidazione a Sassu. Gli piacque e mi invitò ad andarlo a trovare ad Albisola dove Tullio d’Albisola metteva a disposizione i forni per la ceramica a tutti gli artisti, da Fontana a Picasso». Alfredo aveva 22 anni, Sassu venti di più. Fu un sodalizio durato tutta la vita, cementato dal matrimonio di Alfredo con la sorella di Elenita, Teresa, violoncellista. Fu per Sassu, di cui era divenuto agente, che Paglione aprì la Trentadue senza immaginare che sarebbe diventata il cuore pulsante di una straordinaria stagione milanese: Buzzati, Manzù, Guttuso, Fontana, il poeta spagnolo Rafael Alberti, Alberico Sala, Ernesto Treccani, Bruno Cassinari, Ungaretti, Sereni. E poi Sciascia, Raboni, Quasimodo. Passavano tutti di lì, prima da piazza della Repubblica poi da via Brera dove aveva aperto la seconda Trentadue: «Quasimodo abitava in corso Garibaldi al 16 e ogni sera faceva la sua passeggiata. Si fermava da me al 6 di via Brera e poi riprendeva». Spesso ci incontrava Giovanni Testori, o il direttore di Brera Luigi Russoli o il critico Raffaele Carrieri. Paglione esponeva anche Rauschenberg e Ortega, Picasso e Grosz. «C’era una forte solidarietà spirituale fra gli artisti. E nessuno steccato fra scrittori, poeti, pittori, scultori». Paglione aveva scelto di sostenere l’arte figurativa («arte per immagini») in un periodo in cui dominava l’informale. «L’arte deve comunicare, è una corrente che lega l’artista al pubblico. In mezzo c’è il mercante, che deve favorire l’incontro. Comunque non ho mai eretto steccati. Ero legatissimo a Lucio Fontana, grande artista e angelica persona». Con gli anni Ottanta, tutto cambiò. Gli artisti si chiusero in se stessi, sulla città incombevano gli anni di piombo. Nel cuore del grande gallerista - arrivato un anno a organizzare 350 mostre - restava il ricordo del grumo di case ai piedi del monte Pallano abitato dalle antiche stirpi preromane dei Frentani, il monte delle cui leggende gli raccontava il padre, quando l’Abruzzo era ancora la terra del mito. «Non potevo dimenticare la vita della campagna, le trebbiature, le vendemmie». Era il tempo di tornare: «Settembre, andiamo…».
Chiusa la Trentadue nel 2000, Paglione ha deciso di donare la massima parte della sua collezione - oltre mille pezzi - alla sua terra. Nasce a Giulianova il Mas, Museo d’arte dello splendore accanto all’omonimo santuario mariano («Mas è anche l’acronimo di Memento Audere Semper, il motto di D’Annunzio»), poi a Vasto la Galleria civica d’arte moderna nel cinquecentesco Palazzo D’Avalos, poi a Chieti il Centro abruzzese studi manzoniani con 58 acquerelli di Sassu sui Promessi Sposi e intanto medita un museo della ceramica a Teramo a cui sono destinate 200 ceramiche e sculture di Sassu e un Museo della grafica ad Atri («300 pezzi da Goya a Picasso»). E poi c’è Tornareccio. Al suo paese Paglione ha creato la manifestazione «Un mosaico per Tornareccio», giunta alla seconda edizione, per selezionare bozzetti destinati a diventare mosaici sulle vecchie case di pietra. «Perché il mosaico? - dice Paglione - Perché è legato alle nostre tradizioni antiche, romane, mediterranee. E perché le tessere simboleggiano le pietre quadrate delle mura del Pallano».
Itaca diventa grande. Lega il suo nome all’arte. Vi nasce anche una piccola mostra permanente di opere contemporanee, destinata a diventare museo. Alfredo l’ha chiamata In nomine patris. In nome del padre.