La patacca che la sinistra ha rifilato ai napoletani

Marcello D’Orta

È in terza elementare che si studia (o almeno si studiava; con le riforme scolastiche che si susseguono a ogni governo, non mi ci raccapezzo più) la storia di Roma. E io l’ho insegnata per almeno un decennio, essendo la terza una delle mie classi «preferite» (quando possibile, la sceglievo sempre, soprattutto se l’alternativa era una prima o una seconda, classi nelle quali la tenera età dei bambini mi creava qualche problema). Quando parlavo di Roma (della Roma repubblicana, specialmente), era d’obbligo porre l’accento su quella che quasi tutti i libri di testo chiamano «fierezza romana». Tra gli esempi di fierezza romana, spiccavano i gesti (o le gesta) di personaggi come Muzio Scevola, Attilio Regolo, i fratelli Gracchi, e altri. Gente che per la patria si immolava, o rinunciava al proprio potere quando capiva di aver sbagliato, di aver danneggiato l’Urbe.
Se oggi tornassi a insegnare, se ancora una volta scegliessi una terza, parlando di quegli eroi, farei anche i nomi di Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino. Non per aggiungerli al novero dei valorosi, dei campioni di virtù, ma per contrapposizione, per antitesi, per negazione. Tanto erano fieri, incorruttibili e probi quelli quanto pusillanimi, deboli, e specialmente attaccati alla poltrona questi.
Nell’antica Roma, uno che avesse rovinato la città come hanno rovinato Napoli i signori Bassolino e Iervolino, prima si sarebbe dimesso dalla carica, poi avrebbe bruciato la mano sul braciere, quindi si sarebbe fatto ficcare in una botte irta di chiodi, e precipitando per la scarpata avrebbe gridato (si fosse sentito o no): «So stato ’a schifezza d’’a schifezza d’’a schifezza ’e ll’amministratore ’e Nàpule!».
Ma questi sono tempi moderni, e certe cose non accadono. Accade anzi il contrario. Accade che il responsabile del peggior governo di Napoli dall'Unità d’Italia in poi, invece di fare mea culpa per le montagne di rifiuti che sommergono la città, per il fallimento di tutti i grandi progetti per Napoli, per lo spreco di denaro pubblico in opere di pseudo-arte (o per corsi di aspiranti veline), per l’aumento dei delitti di camorra e del numero di disoccupati eccetera, se la prende con i giornalisti, accusati di gettare fango sulla città, difende a spada tratta (magari è una daga, per far vedere che qualcosa di romano c’è) il proprio operato, e naturalmente quello del sindaco Iervolino. A quanti parlano di esercito in città risponde che non è il caso (ma quando sarà il caso? quando verranno a spararci dentro le case? quando metteranno il pizzo anche sulle pensioni delle vecchiette?) forte anche dell’approvazione degli intellettuali. Buona parte dei quali è stata assoldata fin dai tempi del presunto Rinascimento, «la più riuscita patacca che la pur creativa Napoli abbia mai piazzato sul mercato» (Spatafora) il falso cinese made in Palazzo San Giacomo (sede del Comune).
Se non si dimettono loro, dovremmo farli dimettere noi. Ma come? È tutto nelle mani della sinistra, e non c’è straccio di capopopolo che tuoni contro il viceré di Spagna e la gabella sulla farina. È tutto nelle mani della sinistra, sì. E in quella della camorra, che quando non ti ammazza per sbaglio, pretende (e naturalmente ottiene) dai tuoi familiari una tangente sulla cassa da morto.
Chi disse Fujtavenne ’a Napule? Eduardo? No. Un antico romano.
mardorta@libero.it