Una patente a punti per i violenti del pallone

di Tony Damascelli
Pugni, sputi, calci, in fondo trattasi di ragazzi, buonissimi, una pasta d’uomini. La storiella è sempre quella, la stessa, il football accoglie le sue anime ribelli, le perdona, le accarezza, le giustifica, le paga anche. Non c’è squadra che non conti una testa calda, una mano veloce, una lingua velenosa, un piede malvagio. Non c’è club che non conti un dirigente, un allenatore, un team manager, un massaggiatore che non spieghi che sì, il ragazzo ha sbagliato, ma ha un cuore grande così, ama la famiglia, coccola i figli ma, suvvia, non è morto nessuno, certe cose finiscono quando l’arbitro fischia la conclusione della partita. Accade che Mutu o Chivu, Mexes o Felipe Melo, Montero o Zidane, Weah o Eto’o, Cassano o Totti, Edmundo e Goicoechea, Souness e Benetti, Roy Keane e Passarella, citando a caso i premi Oscar del cartellino rosso alla carriera, accade che costoro trovino, a titolo gratuito, avvocati difensori, pure tra i giornalisti, pronti a scendere davanti al tribunale del popolo e illustrare l’alibi, le circostanze, le provocazioni, con tutte le attenuanti nemmeno generiche.
È il bello del football, capace di celebrare, esaltare l’idolo, di metterlo subito dopo all’indice, di chiederne il rogo per poi implorarne il perdono, perché questi ragazzi vanno capiti.
Ci vorrebbe una patente a punti, dopo un tot di infrazioni, di un certo tipo, non scatta soltanto la squalifica, come già da regolamento, ma viene tolta la patente di guida che potrà essere restituita dopo nuovo test attitudinale. I due romeni, Mutu e Chivu, protagonisti di episodi analoghi, un cazzotto e la fuga, ne sono l’ultimo esempio ma, per evitare equivoci e allergie da razzismo, non è una questione di passaporto e di nazionalità, ce n’è per tutti i gusti e per tutti i gesti. Ma la melassa del buonismo, dei parroci con il turibolo pronto ad incensare il colpevole, lo scalmanato, lo screanzato, il pugile in maglietta, il lama vestito da calciatore, tutta questa roba qui da coma diabetico ha stufato, non se ne può più di annunciare ricorsi, appelli, richieste di condono. Il perdonismo dopo il buonismo è davvero troppo anche quando si mettono in mezzo i figli, le moglie, le madri, il repertorio che puntualmente viene tenuto riservato dagli stessi protagonisti nel nome della “privacy”. Ma hanno chiesto scusa, si sono pentiti, hanno anche pianto, questa la memoria difensiva prevista, scontata, come un dépliant da consegnare ai clienti, quelli che abboccano ovviamente. Il football non è roller ball, ma la cultura del muscolo ha prevalso su quello del fosforo, dunque va da sé che oggi chi si copre il corpo di tatuaggi risulta più maschio di chi ha la pelle senza segni gotici e simili, i gladiatori prevedono la rissa, al loro segnale si scatena l’inferno.
Forse è arrivato il momento di darsi una regolata, chi sbaglia paga ma chi ripete l’atto, insulto, sputo, pugno, calcio, forse ha qualcosa che non ha a che fare con lo sport. Forse nemmeno con la vita normale. Ma, state tranquilli, domani è un altro giorno. Si ricomincia a picchiare, tanto hanno un cuore grande così e a volte piangono.