«Pater noster, qui es in coelis» accomunerà i fedeli di tutte le lingue

«Pater noster, qui es in coelis...» se la messa sarà letta così in Latino, anche quando andrò in Val Pusteria la Domenica, potrò pregare assieme a gran parte della popolazione e dei turisti di lingua germanica. Questa è la grande importanza della messa in latino (amore e travaglio del liceo). Quando, almeno nella parte più importante, centrale della celebrazione, si tornerà a recitare in latino le orazioni, lo si farà non, come dicono i progressisti, i catto-compagni dell’azione cattolica o dell’Agesci, per un ritorno al passato tradizionalista, ma semplicemente per i motivi di quell’internazionalismo ecumenico propugnati dall’associazionismo impegnato. Già paventano la Contro-Riforma degli anni 2000 e invece è un’espressione di comunicazione universale al di sopra di ogni particolarismo etnico-razziale-culturale. Sentire nelle parrocchie che si prega nella stessa lingua filippini, polacchi e donne impellicciate (quelle che arrivano col mega Suv)è proprio l’espressione di collegialità comunitaria voluta dal Concilio. Bravo il nostro Papa Ratzinger ad agire con fermezza, con un’apertura mentale immensa e una lungimiranza che, purtroppo non molti tra i frequentatori impegnati di canoniche, parrocchie, centri diocesani, comunità, e qualche prete all’avanguardia sanno intravedere. Sembra quasi che questo Papa, che sicuramente sarà una grande boa epocale nell’oceano degli infiniti pensatori teologici, dia fastidio per la sua determinazione nel ribadire le pur semplici facili verità che l’uomo qualunque percepisce da solo per la strada. Si imputava al Latino il fatto che la gente ripeteva le preghiere senza apprezzarne il significato, come se una litania in italiano ripetuta a pappagallo senza partecipazione abbia un valore più mistico! Se uno ha il desiderio di pregare, che dica Pater noster o Padre nostro, ha lo stesso valore..., ma almeno sarà una preghiera espressa da tutti, nel mondo, nella stessa maniera.