Pato fedele ai suoi amoriGalliani rinuncia a Tevez

Galliani, già a Londra abbandona la trattativa con City <strong><a href="/sport/pato_io_resto_milan_ciao_tevez_e_ora_linter/13-01-2012/articolo-id=566680-page=0-comments=1" target="_blank">dopo il no del Papero</a></strong>. Sarebbe stato uno scambio troppo rischioso

Tevez per rimpiazzare il cuore matto di Cassano sarebbe stata un’autentica genialata. Specie se a Galliani fosse riuscito il colpo gobbo di ottenere dal City l’Apache in prestito semplice senza obbligo di riscatto, ma col semplice diritto da esercitare nel mese di giugno quando sarebbe stato possibile valutare il contributo di Carlitos alla causa rossonera e la guarigione di Antonio. Ma il capolavoro possibile è diventato pia illusione appena la concorrenza prima parigina e poi interista si è fatta viva dalle parti di Roberto Mancini. Da quel momento il Milan e Galliani hanno dovuto cambiare strategia e pensare a finanziare l’operazione Tevez attraverso la cessione immediata di uno dei suoi gioielli.

In quel preciso momento l’arrivo di Tevez da capolavoro si è trasformato in scelta rischiosa, molto rischiosa. Avrebbe avuto infatti una discutibile ricaduta positiva sull’esito del campionato, scoprendo in modo pericoloso il fianco Champions (l’eventuale arrivo di Maxi Lopez o di Amauri sarebbe apparsa solo una pezza a colori). Meglio così, allora per il Milan che resta così come ha finito il 2011: senza Cassano e il suo talento straordinario, ma primo in classifica al fianco della Juve e con Pato sulla rampa di lancio, finalmente restituito alla migliore salute dopo molti, troppi mesi passati a curarsi lesioni muscolari. Meglio per il Milan non certo per Galliani il quale ha risposto al presidente Silvio Berlusconi con il suo immancabile «obbedisco» abbandonando il tavolo londinese dove stava per concludere l’acquisto di Tevez.

Ha fatto buon viso a cattivo gioco: perciò il suo feeling con Berlusconi non ha mai vacillato in 30 anni di fattiva collaborazione.
Non è stata una rinuncia indolore. Pato ha cestinato un contratto principesco: pensate, l’amico Leonardo gli aveva preparato uno stipendio da 7 milioni netti l’anno. Il Milan ha ha detto no a una bella cifra, 35 milioni tondi tondi con cui puntellare il bilancio e pagare Tevez. Come accadde anche ai tempi di Kakà trattato dal Manchester City è stato il blitz di Silvio Berlusconi (nessun ruolo da parte di Barbara che pure avrebbe gradito il trasloco parigino) a far saltare i due negoziati virtualmente conclusi. Pato, per la prima volta, ha messo la faccia su una impegnativa dichiarazione. Non ha sottoscritto un generico «resto al Milan».

No, si è spinto oltre, molto oltre. Assumendosi responsabilità da uomo fatto oltre che da leader di un gruppo. Ha detto che «il Milan è casa mia», ha aggiunto che vuole contribuire «a scrivere la storia del Milan», ha garantito che «questa gioia mi darà la carica per affrontare le prossime partite con maggiore entusiasmo e voglia di fare gol». Non gli è bastato. Ha concluso con un grazie al presidente Berlusconi, alla società e ai tifosi che si erano nel frattempo divisi in due grandi fazioni, quelli favorevoli alla sua partenza perché delusi dai troppi acciacchi e dall’indolente comportamento, quelli contrari allo scambio in considerazione del suo talento balistico e della sua gioventù. Ai tempi di Kakà non andò esattamente così: ci fu una sollevazione popolare, la curva cantò lo straziante «non si vende Kakà», Ricky si affacciò dall’abbaino di casa sua mostrando la maglia e la mano sul cuore. La cessione maturò nell’estate successiva a un indirizzo diverso, al Real e risultò premiata dallo scadente rendimento dell’ex Pallone d’oro sotto il cielo di Madrid.

Tocca a Pato adesso dimostrare che l’improvviso altolà di presidente Berlusconi mai entusiasta dell’arrivo di Tevez è stata la mossa giusta. Già la notte dopo la sfida col Siena, il presidente raccomandò un maggiore utilizzo di Inzaghi e a Pato suggerì di correggere la posizione, troppo lontano dalla porta. Le censure rivolte all’ex Papero non sono volgari pregiudizi. Si è allenato con scarsa intensità, ha praticato pochissimo i consigli tattici di Allegri, ha poco giocato per la squadra: ma a 22 anni tanti difetti si possono correggere. Come sembra dimostrare l’osservazione di Thiago Silva («mai visto Pato allenarsi come in questi giorni»).