La patria di Gandhi ora fa paura Non è più l’oasi dei figli dei fiori

New DelhiC’era un tempo in cui il rischio più grosso per un italiano che viaggiava in India era la celeberrima «Delhi Belly», la diarrea, o per i più sfortunati un’epatite. La paura maggiore era la ressa dei «naga sadhu», i santoni coperti di cenere, che si scannavano per il bagno rituale al Kumbh Mela. Adesso no. Addio all’immagine dell’India «peace and love» idealizzata da generazioni di figli dei fiori e di Hare Krishna. La minaccia del terrorismo ha trasformato la patria del Mahatma Gandhi e dello yoga in una fortezza presa d’assalto con regolarità ogni volta che si apre una speranza di pace con il nemico Pakistan. Dopo le stragi agli hotel di Mumbai del 26 novembre 2008, costate la vita a 166 persone tra cui un connazionale, gli italiani sono scomparsi, salvo poi ritornare alla grande nella seconda parte dello scorso anno quando anche il Taj Mahal Hotel è tornato all’antico splendore. Dopo l’attentato alla German Bakery di Pune si teme un nuovo fuggi fuggi dall’ashram di Osho, una delle mete favorite dei «sanyasi» italiani.
Ma non è solo la paura del terrorismo a rendere pericoloso e carico di tensioni il viaggio nella terra dei Maharaja. Le spiagge di Goa, l’ex colonia portoghese famosa per i rave party, sono diventate l’incubo delle ragazze straniere a causa delle molestie sessuali, stupri e perfino un omicidio come quello della quindicenne inglese Scarlette massacrata due anni fa da un barista indiano dopo una notte brava. A parte qualche irriducibile hippy ex sessantottino, tra Arambol e Palolem gli italiani sono in netta diminuzione. Aggressioni e violenze alle turiste sono quasi all’ordine del giorno anche in Rajasthan, una delle destinazioni preferite dagli italiani e ricca di attrattive turistiche come la fiera dei cammelli di Pushkar. Il governo indiano, nell’ambito della sua campagna «Incredible India» qualche anno fa aveva perfino assoldato la superstar di Bollywood, Amir Khan, per una serie di spot televisivi in cui si vedeva l’attore correre in difesa di due bionde turiste su un risciò infastidite da una folla di indiani su di giri, per poi fare una reprimenda ai suoi concittadini.
Anche la cultura dello spinello libero non sembra più essere tollerata dalla polizia indiana come in passato. Anche qui si va incontro a seri guai come dimostra la vicenda di Angelo Falcone e Simone Nobili, due giovani italiani prima condannati a dieci anni di carcere per diciotto chili di «ganja» e poi assolti in appello per mancanza di prove. La polizia corrotta e le lotte tra trafficanti di droga nelle valli himalayane di Manali e di Parvati, luogo di produzione della marijuana, rendono questi posti più «a rischio» per l’incolumità del turista che per un centro ebraico nel mirino degli integralisti islamici.
Lo stato di allerta anti terrorismo e la paura di infiltrazioni di elementi della jihad, ha portato di recente anche a un giro di vite nel rilascio dei visti di ingresso. I turisti, ma anche gli uomini di affari italiani, sono stati fortemente penalizzati da restrizioni e lungaggini burocratiche a volte incomprensibili per un paese come l’India che ambisce a diventare la prossima potenza economica mondiale. Dopo la cattura dell’americano-pachistano David Headley, che si ritiene coinvolto nell’attentato di Mumbai e sospettato anche per la bomba dell’altro ieri, il governo di Delhi ha definitivamente abbandonato la politica dei «visti facili». Contro il fenomeno dei «falsi turisti» ha introdotto la regola che quando si lascia il Paese devono passare almeno due mesi prima di ottenere un nuovo permesso di entrata. Difficilmente, almeno per gli italiani, si può ottenere un visto turistico di sei mesi. E per chi vuole venire a lavorare in India gli ostacoli sono spesso insormontabili perché i visti «business» sono difficilissimi da ottenere. La questione è diventata una delle principali voci del «cahier de doléances» dell’ambasciata italiana e ritornello che ormai da anni compare puntuale nell’agenda di discussione degli incontri bilaterali.
Nel regno di Sonia Gandhi, la potente regina del Congresso che si prepara a lasciare lo scettro del comando al figlio Rahul, gli uomini d’affari italiani sono costretti a tenere un «profilo basso», soprattutto nel ricco settore della difesa dove l’Italia ha molti interessi, ma dove ancora reca il marchio infamante del vecchio scandalo Quattrocchi-Bofors.
È ancora presto per dire se la bomba di Pune darà il colpo di grazia. «Per via dell’ashram di Osho, Pune non è sulle tradizionali rotte turistiche, ma è limitata al turismo spirituale – dice Sandra Ceresa, rappresentante in India del maggiore tour operator italiano – quindi non penso avrà lo stesso impatto negativo delle stragi di Mumbai. Finora non ci sono state ancora cancellazioni. In questo mese tra l’altro abbiamo avuto un numero record di arrivi. Gli italiani sono ormai consapevoli di queste minacce. C’è una certa rassegnazione».