"Il patrimonio storico va valorizzato"

Andrea Carandini, il neopresidente del Consiglio superiore dei beni culturali: "A chi si
lamenta dei tagli al bilancio ricordo che in tre anni il ministero ha
restituito 200 milioni di fondi non spesi"

Il terremoto annunciato al ministero dei Beni Culturali non c’è stato. O meglio, ce lo aspettavamo del grado settimo della scala Mercalli, invece ha raggiunto appena il secondo. Ieri alle 13, in apertura di seduta al Consiglio superiore dei Beni Culturali, il presidente Salvatore Settis ha letto ai consiglieri la sua lettera di dimissioni e ha subito lasciato il palazzo del Collegio Romano. Le dimissioni, giunte al termine di un aspro scontro con il ministro Bondi, non sono state respinte, nonostante i numerosi appelli dei giorni scorsi al ministro stesso, e un paio d’ore dopo dal ministero è arrivata la conferma che la presidenza, fino a ieri occupata dal direttore della Normale di Pisa, è andata a un altro illustre esponente della cultura italiana, Andrea Carandini, archeologo di fama mondiale.

Classe 1937, Andrea Carandini è titolare della cattedra di Archeologia classica alla Sapienza di Roma ed è il nuovo presidente del comitato scientifico per l’area archeologica romana. È noto, fra l’altro, per gli scavi condotti alle pendici del Palatino che hanno portato alla scoperta delle mura dell’VIII secolo a.C.. Nel 2006 è stato insignito della medaglia d’oro ai Benemeriti della Cultura e dell’Arte. È persona pacata quanto decisa, desiderosa di guardare avanti. Soprattutto di collaborare con un ministro come Sandro Bondi, oggetto in questi giorni di critiche assordanti.

«Non vedo perché non dovrei collaborare. Se i miei principi dovessero entrare in collusioni con l’azione del ministero, allora me ne andrò. Il mio punto di riferimento è il Codice dei Beni Culturali messo a punto dai ministri Urbani e Rutelli, posizione condivisa del resto anche da Settis. Ma lui vede le cose in altro modo, secondo me è troppo legato a esperienze passate. Perché tanta avversione, ad esempio, nei confronti della figura “manageriale” del consigliere Mario Resca? Certo, la scelta di un manager ai Beni Culturali può sorprendere, ma potrebbe rivelarsi un’esperienza molto utile soprattutto in un Paese come il nostro, dove la conoscenza e la valorizzazione dei nostri beni è oggi a un livello veramente basso».

Un altro motivo di forte contrasto con il ministro è il «commissariamento» dell’area archeologica romana, affidata a Guido Bertolaso e sottratta di fatto alla soprintendenza.
«Ma no! La richiesta di essere affiancato da un commissario è stata avanzata dallo stesso soprintendente ai Beni Archeologici di Roma, Angelo Bottini. Questa è la verità. Nella cronica insufficienza di mezzi e di strategie per la ricerca archeologica, si è pensato che le competenze della Protezione civile potessero venire utili. Mi spiego: se dobbiamo scoperchiare la Domus Aurea o scavare nel colle Palatino che è zuppo d’acqua, forse la Protezione civile ha mezzi e competenze che la soprintendenza non ha. Perché non utilizzarli?»

Ma non tutti alla soprintendenza la pensano in questo modo...
«Se è per questo, i funzionari si sono infuriati, l’hanno presa come una diminutio. Ma non è così. È solo un modo nuovo di agire. Io consiglierei loro di agitarsi meno e di esaminare le cose in concreto. Soprattutto di uscire dall’immobilismo. Comunque li rassicurerò che le loro funzioni verranno esaltate e non diminuite».

Il problema comunque non è solo romano. Le soprintendenze nel resto d’Italia temono di essere esautorate, lamentano l’insufficienza di personale e di fondi. Tanto più, dicono, che il ministro Bondi ha accettato senza batter ciglio il taglio di un miliardo di euro per il suo dicastero.
«Ma i tagli sono stati fatti per tutti! Certo che ogni ministro avrebbe voluto che si risparmiasse il proprio ministero! Ma perché uno sì e l’altro no? Se è doloroso il fatto che un Paese investa poco per la tutela e la valorizzazione dei suoi tesori, bisogna anche imparare a gestire bene le risorse disponibili. Chi strilla sui tagli sa qual è il residuo passivo delle soprintendenze, ovvero quei soldi non impiegati che tornano per legge al ministero del Tesoro? Ebbene, nell’ultimo triennio il residuo passivo è stato di 200 milioni di euro».

Mica pochi, professore. Ma come mai non sono stati utilizzati?
«Per molte ragioni, a cominciare dagli intoppi burocratici. Allora io dico: fermo restando che la tutela dei beni d’arte deve rimanere assoluta competenza dello Stato, perché non utilizzare per la conoscenza e la valorizzazione anche i privati, ma soprattutto gli enti locali, le università? È una pluralità di forze e di mezzi che, se ben concertata, può dare risultati eccellenti. Purché si esca dall’attuale fase di stallo».