«Il patrimonio svenduto nel 2002. Ecco come è stato derubato il Ppi"

Onorevole Nicodemo Oliverio, ma che avete combinato con questo patrimonio immobiliare della Dc?
«Allora. Io sono stato nominato rappresentante legale del Ppi-Gonfalone dopo il congresso del marzo 2002 insieme a Luigi Gilli. Subito ci accorgemmo che era stato da pochi giorni “svenduto” il patrimonio della Dc dai precedenti rappresentanti del partito. Il 26 febbraio 2002, infatti, era stato stipulato il contratto di compravendita delle azioni delle società collegate al Ppi ad un prezzo evidentemente basso e nemmeno concretamente pagato».
Il segretario Castagnetti ne era a conoscenza?
«Aveva contestato ai vecchi amministratori che si era proceduto alla vendita dell’intero patrimonio della ex Dc pari al valore catastale degli immobili maggiorato del 13%, importo che il buon senso giudicava assolutamente inadeguato. La cessione era stata effettuata in favore di persona con numerose pendenze giudiziarie e che all’atto della vendita non aveva onorato i debiti che le società acquistate da Zandomeneghi avevano verso il Ppi».
Cosa è accaduto poi?
«Ci siamo immediatamente rivolti ai legali del partito per valutare la possibilità di bloccare la compravendita dando loro mandato di intraprendere tutte le azioni possibili per salvaguardare l’emorragia. E tra marzo ed agosto è stato adottato un sequestro giudiziario nonché proposta istanza di fallimento delle società di Zandomeneghi».
Come rispondete alle accuse di «persecuzione» politico-giudiziaria che vi rivolge Zandomeneghi?
«La correttezza e legittimità del nostro operato è stata affermata da ben tre sentenze emesse da tre collegi differenti. E da ultimo, dalla prima sezione della Corte d’appello di Roma del 2 febbraio scorso che ha condannato addirittura Zandomeneghi al pagamento delle spese legali a favore del Ppi e degli altri creditori della sua società che sono intervenuti nel giudizio».
In relazione alle accuse di una sua asserita conoscenza col giudice Pierluigi Baccarini che dichiarò fallita l’immobiliare di Zandomeneghi, cosa ha da dire?
«Posso solo ribadire che ebbi modo di conoscerlo tanti anni fa, in modo superficiale, all’università. Ho infatti partecipato intensamente alla vita politica de La Sapienza essendo stato eletto per due volte al consiglio di amministrazione dell’Opera Universitaria. In tale veste ho avuto modo di partecipare ad assemblee di studenti in diverse facoltà e di conoscere molti studenti, alcuni dei quali ora diventati personaggi noti; con le persone incontrate in quell’epoca, salvo qualche giornalista che incontro ancora per la mia attività di parlamentare, non ho più avuto alcun rapporto. Compreso questo signor Baccarini».
A Perugia, però, i dubbi persistono...
«La correttezza dell’operato dei rappresentanti del partito e, quindi, la loro totale estraneità alle accuse di Zandomeneghi, è stata già acclarata da quella procura tanto che il processo penale pendente innanzi a quella autorità giudiziaria si trova già in fase dibattimentale e non vede coinvolto a nessun titolo alcuno dei rappresentanti del partito».
In merito a quest’ultima inchiesta sul fallimento della «Ser» dove lei risulta indagato come si difende?
«Sono in fiduciosa attesa di un’archiviazione perché sono stato io stesso, tesoriere del Ppi, a chiedere il fallimento della Ser, atto indispensabile per salvaguardare il patrimonio dell’ex Dc che stava per volatilizzarsi in Croazia»
E l’«affaire» di Palazzo Sturzo, anche qui tutto in regola?
«Assolutamente. È stato ceduto al Ppi e da questi utilizzato per estinguere i debiti della Banca di Roma, e non ha determinato alcun impoverimento della Ser che all’atto della cessione a Zandomeneghi possedeva ben 108 immobili e non era una scatola vuota».
Quindi lei si sente a posto con la coscienza?
«Certo. Ma se devo dirla proprio tutta, il Partito popolare si sente derubato».