PATRIZIA LAQUIDARA Funambola fra le note brasiliane

La cantante in concerto venerdì al Palasharp: «La mia musa? Caetano Veloso». In scaletta brani di Sergio Endrigo e Claudio Villa

Fuori dal casello dell’autostrada di Cambiago, puntino assolato tra le campagne della Martesana, un affaccio deserto e silenzioso sulla Milano-Venezia. Esattamente a metà strada tra il posto dove lei abita, Vicenza, e quello dove sta andando a suonare, il parco di Villa Braghenti di Malnate, Varese.
Lei è Patrizia Laquidara, una delle voci femminili più promettenti del panorama musicale pop italiano. Un’emergente dal timbro di velluto, catanese d’origine ma veneta da sempre, che ha già debuttato a Sanremo nel 2003 vincendo il premio della critica e quello per la migliore interpretazione, inciso due dischi, partecipato con un brano alla colonna sonora di «Manuale d’amore» di Veronesi e duettato con Mario Venuti in una canzone dal titolo «Per causa d’amore». Arriva all’appuntamento su una station wagon scura, con due dei suoi musicisti, un’amica, e Ricotta, l’inseparabile chihuahua biondo di quattro anni con un collarino di spillette colorate sotto il muso. È serena, bella come nelle foto che ha scelto per il disco, solo con l’aria un po’ più stanca.
«Sono appena tornata dal cammino di Santiago - ammette - e poi... sto imparando una nuova respirazione, faccio fatica a parlare, perché mentre parlo penso anche a come muovere la pancia». Trentaquattro anni, un primo disco nel 2003 («Indirizzo portoghese», di cui è autrice), il secondo ad aprile di quest’anno («Funambola»).
Come hai cominciato?
«Da bambina volevo diventare veterinaria, ma cantavo sempre. Ho cominciato con un gruppo, gli Hotel Rif, con cui facevo musica popolare. La svolta sei anni fa. Ero impiegata, e un giorno i miei amici hanno mollato tutto per andare in Spagna coi camper e suonare. Ci ho pensato su una notte, la mattina dopo mi sono licenziata e li ho seguiti. L’ho fatto con incoscienza, non ho calcolato i rischi».
Ma è andata bene. È stato difficile trovare una casa discografica che credesse nella tua musica?
«Un po’ sì. Ci sono state molte persone, in questi anni, che volevano puntare su di me, ma io non ho sempre accettato tutto, certa musica non mi va. Ho cominciato con una piccola casa discografica romana, poi sono passata alla Emi. Il secondo disco, Funambola, invece è uscito con la Ponderosa. Un’etichetta più artigianale che mi è piaciuta subito perché ho potuto definire meglio la mia identità artistica».
La tua musica è in equilibrio tra un pop sinuoso, il nu jazz e la bossa nova. Chi sono gli artisti a cui ti ispiri?
«Mi piace Elisa, ma solo quando canta in italiano. È l’unica che riesce a dare un suono così alle parole. E poi Meg, Carmen Consoli, Cristina Donà, il primo disco di Amalia Gré. E le voci brasiliane, come quelle di Marisa Monte e Adriana Calcanhotto. Ma anche Björk e Tori Amos. E poi, soprattutto, Caetano Veloso. Una musa...»
Funambola è un album diverso dal primo. Cosa hai cercato di comunicare?
«Stavo leggendo due libri. “Neve” di Maxence Fermine, e “Il trattato di funambolismo” di Philippe Petit. Pensavo all’equilibrio, soprattutto interiore, così difficile da raggiungere. Vivere è come fare i funamboli: in bilico, esposti, nudi. Nel primo album la mia voce era più elaborata, qui è più diretta. Nuda, fragile, in equilibrio precario. Come me».
Venerdì suoni al Palasharp. Il concerto sarà gratuito, girerà molta gente e sarà un’occasione per farsi conoscere un po’ di più. Come pensi di giocartela?
«Quando canto mi sento più libera, quindi sono tranquilla, mi fido di questo. Improvviso poco, solo perché mi piace cantare ogni cosa perfettamente. Farò anche canzoni di Claudio Villa, e “Parlami d’amore Mariù”, e pezzi di Sergio Endrigo».
Patrizia Laquidara
venerdì ore 21
Palasharp Festa dell’Unità
concerto gratuito