Patti Smith, simbolo di volgarità

da Berlino

Densa di vecchi e vecchie cantanti - giovedì i Rolling Stones, ieri Patti Smith (1946) -, questa Berlinale fa sempre più pensare a un film di Tony Scott, che però non vi partecipa e nemmeno vi ha partecipato in passato: «Miriam si sveglia a mezzanotte». Qui la vampira Catherine Deneuve rendeva gli amanti vampirizzati (in particolare David Bowie, vedi caso un tempo amante di Mick Jagger) sì immortali, ma non li sottrae alla senescenza...
In sintonia con quest'atmosfera volontariamente nostalgica quanto involontariamente lugubre, è stato presentato ieri dunque un documentario già proiettato al Sundance Festival: «Dream of Life» («Sogno di vita») di Steven Sebring. Tema: gli ultimi undici anni di Patti Smith. Costei ha perciò avuto modo di arrivare a Berlino per presentare questa compilazione d'immagini che evocano - quanto volte ci è toccato usare questo verbo da quando è cominciata la Berlinale? - viaggi, spettacoli, poesie, interviste, quadri, lutti e fotografie, oltre che antiche amicizie (Robert Mapplethorpe, Jackson Pollock).
In effetti, a prendere sul serio la «cultura underground» - complice il quarantennale sessantottardo -, la Smith è stata qualcuno. E, per ricordarlo, lei ha dato spettacolo non solo sullo schermo, ma anche di persona, nella conferenza stampa, che ha chiuso cantando, chitarra alla mano. Fra tutto questo, fatto con una certa lucidità dietro gli occhiali scuri, tenuti per il fastidio dei fari puntati su di lei, alla Smith è sfuggito un rutto che, impietoso, il microfono ha reso un boato. Ma nessuno si è formalizzato. C'è stato anzi un giornalista israeliano che, nel disorientamento digestivo, ha finalmente trovato lo spazio per chiedere alla Smith che cosa lei pensasse della situazione palestinese. Senza esitare, lei ha scandito i versi che precedono il battente ritornello della sua canzone «Because the night» (diventata poi sigla musicale di «Fuori orario» su Raitre): «Take me now baby here as I am/Pull me close, try and understand/Desire is hunger is the fire I breathe/Love is a banquet on which we feed».
È scattato naturalmente l'applauso, perché questi versi sono sempre belli. Che cos’abbiano a che vedere col quesito che ha originato l'autocitazione, è una curiosità che però nessuno ha avuto il coraggio di esprimere.