Il patto dei saltimbanchi

Diamo per scontato, anche se non lo è, che Romano Prodi, raccattando per strada un Follini e affidandosi alla riserva dei senatori a vita, riesca ad avere la fiducia del Senato. A quel punto l’ostacolo parlamentare sarà stato temporaneamente superato, ma ne rimarrà un altro e non trascurabile. Il governo munito d’una maggioranza risicatissima in Parlamento, e di sicuro minoritario nel Paese, potrà fare tante cose, o piuttosto tante chiacchiere, ma una cosa non potrà fare: governare l’Italia. L’Herald Tribune di sabato sintetizzava efficacemente il motivo della chiamata alle armi di Prodi e dei suoi prodi: «La paura di Berlusconi - questo il titolo - blocca i litigi della sinistra». E l’incipit del servizio spiegava che non l’amore né la fiducia di poter restare a lungo insieme ha spronato i rissanti a stringere un patto, ma soltanto la fifa. Che è un sentimento potente ma transeunte. Va e viene.
Ricordate l’atteggiamento e i detti dei Giordano e dei Diliberto dopo la manifestazione antiamericana di Vicenza? Eccitati e roboanti, parevano i padroni del mondo, vaneggiavano di porre condizioni di programma, indicavano e intimavano la rotta a un Prodi intimidito, remissivo, disposto ad accontentarli. Poi è arrivata la batosta di Palazzo Madama, e gli spacconi del giorno prima si sono trasformati, da un giorno all’altro, in pulcini bagnati, davanti alle telecamere farfugliavano frasi di eterna fedeltà al Professore di Bologna, erano disposti ad avallare ogni suo ordine: e in parallelo il Professore gonfiava il petto e lanciava un suo ultimatum in 12 punti dal quale rimanevano fuori - affinché Follini potesse rimanere dentro - i tanto discussi Dico. Non è una cosa seria. E non è nemmeno una cosa che possa durare, quando la tremarella non ci sia più. Infatti già cominciano - e vedrete come s’infittiranno dopo che lo scoglio parlamentare sarà stato superato, se lo sarà - i distinguo, le precisazioni, le attenuazioni. La Stampa ha chiesto a Franco Giordano - segretario di Rifondazione comunista - se le condizioni poste da Prodi agli alleati non gli sembrino autoritarie. Macché, Giordano ne è contento. Aggiunge tuttavia che «occorre costruire una maggiore collegialità» (leggasi dichiarazioni a ruota libera di adesione alle tesi dei movimenti e dei girotondini), che la Tav va bene ma non il tunnel che è la sua essenza tecnica, che per le pensioni non c’è problema se si fa ciò che vuole la sinistra della sinistra. Ossia: non c’è vero accordo su niente, tranne la più volte citata paura.
Né Prodi né la sua ala di mattacchioni pseudo-rivoluzionari possono fingere troppo a lungo. Non sono in grado di combinare qualcosa. Stanno insieme per salvare non le apparenze ma le poltrone, e il Professore deve fare i conti con ministri e sottosegretari sempre occhieggianti alla piazza. Se non ci fossero di mezzo i nostri destini, lo spettacolo potrebbe riuscire divertente. Poiché siamo coinvolti, è desolante.