Patto liberista

Durante il governo Berlusconi, Marco Tronchetti Provera poteva assumere, giuste o sbagliate che fossero, le scelte che desiderava per lo sviluppo della sua impresa. Rupert Murdoch aveva costruito una presenza considerevole del suo gruppo nella televisione satellitare. Nel frattempo Sergio Marchionne riusciva a mettere a posto i guai della Fiat, abbondantemente implementati dai pasticci del governo Prodi 1.
Certo, non tutto era riuscito al precedente esecutivo, come ha ricordato Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera, che accenna anche alla mancata liberalizzazione del settore bancario, ricordando come gli sforzi di Giulio Tremonti non arrivarono a buon fine. Non è male rammentarsi, però, come gli sforzi tremontiani furono mandati a picco proprio dalla nuova Confindustria montezemoliana che inaugurò il suo corso salvando Antonio Fazio, scaricato solo un anno dopo.
Comunque oggi anche le anime belle come Luca Cordero di Montezemolo e Mario Monti che un bel po' di fiducia avevano dato alla campagna di Romano Prodi per riconquistare il governo, oggi si ricredono e denunciano i pericoli di dirigismo in atto. Mentre Murdoch si accorge quanto la politica del centrosinistra sia intrusiva. E lo stesso Guido Rossi denuncia i pericoli di resurrezione dell'Iri.
Un grande pioniere del riformismo italiano, Claudio Treves, ebbe a dire negli anni Venti: «I socialisti con i socialisti, i comunisti con i comunisti». Era la sua risposta ai pasticci della corrente maggioritaria, nell'allora Psi, di Massimo Serrati che invece di distinguere le posizioni dei riformisti da quelle dei rivoluzionari, cercava di confonderle (peraltro sotto la regia di Lenin). Quella richiesta di chiarezza, che non soddisfatta distrusse tante delle chance del socialismo riformista in Italia, andrebbe oggi ricalcata con l'invito ai liberisti di stare con i liberisti, e ai dirigisti di affiancarsi ai dirigisti. Tommaso Padoa-Schioppa ha spiegato che dalla crisi delle società europee si può uscire con due impostazioni diverse: puntando su una liberalizzazione sostenuta della società o modulandola con un piano di modernizzazione cogestito con i sindacati. La via thatcheriana o quella scandinava. Quel che non si può fare è cavalcare, però, contemporaneamente le due impostazioni: le politiche fiscali, industriali, finanziarie differiscono nettamente a secondo dell'indirizzo scelto.
Certamente, le nuove linee assunte dai conservatori inglesi di David Cameron o dai moderati svedesi che hanno vinto in questi giorni le elezioni offrono programmi liberisti più misurati sulla realtà delle società europee. Ma, alla fine, l'indirizzo è chiaro: meno tasse, più privatizzazioni, più liberalizzazioni generali non solo contro i nemici della sinistra.
Il centrodestra si trova nella condizione di potere ricostruire un'unità dei liberisti. Anche nell'Udc e in An, in cui a lungo sono stati centrali solo i problemi del pubblico impiego, del sostegno alle Fondazioni bancarie, e dell'assistenza al Sud, emerge un nuovo spirito liberalizzante, sia pure compassionevolmente. Dare un cuore di questo tipo a un rinnovamento del centrodestra, incamerando in modo strutturale anche parte decisiva di liberisti «pentiti» per il recente prodismo, è la base per accelerare la crisi della maggioranza di centrosinistra. Magari, poi, sarà necessario passare per un governo di coalizione che sistemi alcune questioni della guerra civile a bassa intensità che ha vissuto l'Italia. Ma il processo politico avrà una direzione e un senso solo se emergerà la prospettiva di un programma liberista, per quanto moderato e compassionevole.