Il patto della toilette

Quella che s’è dispiegata ieri al Senato è la classica guerra di trincea. Truppe militarizzate, saldezza dei numeri senza cedimenti né sorprese. E se nella Grande Guerra la regola voleva che anche i cecchini posassero il fucile all’ora del rancio, ieri a Palazzo Madama si son visti i «padri» recarsi al bagno in coppia, uno di centrodestra e l’altro di centrosinistra ovviamente, per scongiurare incognite sgradite ad entrambi i fronti. Giovanni Russo Spena, capogruppo rifondarolo, nega che ci sia stato un esplicito «accordo del wc», ma ammette che «i patti sono stati rispettati: loro hanno ridotto il numero degli emendamenti, noi non abbiamo chiesto il voto di fiducia». Il risultato non cambia, perché tutti gli emendamenti sono stati respinti, seppure per un soffio: anzi, per un paio al mattino son risultati determinanti i senatori a vita, quasi tutti schierati col governo. E oggi, il decreto fiscale collegato alla Finanziaria sarà approvato definitivamente, senza la benché minima correzione al testo ricevuto dalla Camera.
Partiamo dai numeri, fondamentali nelle guerre di posizione. L’Unione al Senato conta su 157 voti, poiché il presidente Franco Marini non partecipa agli scrutini, l’ex dipietrista Sergio De Gregorio è ormai considerato perduto dal centrosinistra, el senador Luigi Pallaro felicemente riconquistato alla causa governativa. La Cdl ne conta 156 sicuri, più De Gregorio che però si muove ancora da cane sciolto. Parità comunque, se non ci fosse la pattuglia dei riservisti, i senatori a vita che ieri presenziavano in sei e non si son persi una sola pigiata di bottone elettronico: Rita Levi Montalcini (classe 1909), Oscar Luigi Scalfaro (classe 1918), Emilio Colombo (1920) e Carlo Azeglio Ciampi (1920) che han sempre votato col centrosinistra; Francesco Cossiga (il più giovane della compagnia, classe 1928) che talvolta s’asteneva; e Giulio Andreotti (1919) che soppesava ogni emendamento. I fanti governativi c’erano tutti e 157, quelli d’opposizione un po’ meno, essendo Paolo Guzzanti assente giustificato per un grave lutto che lo aveva colpito nella notte, e De Gregorio che per acquisir peso non votava (ricordate il «mi si nota di più se vado o se non vado»?) pur essendo a palazzo.
I conti potete farli facilmente anche voi, ed è così che il primo degli emendamenti mattutini è stato respinto con 159 voti contro 157. Poi avanti così, sempre sul filo di lana ma senza patemi d’animo, sino alla suspense di un 157 contro 156. È stato l’unico momento di brivido, e sul tabellone s’era accesa la lucina verde di Franca Rame che aveva votato col centrodestra. «Mi sono sbagliata!», ha subito gridato la grande interprete di 7º ruba un po’ meno, «io voto rosso!».
Nella tornata serale la raffica degli scrutini è partita con Marini che verbalizzava «319 presenti e 318 votanti, 155 a favore, 162 contrari, un astenuto, il Senato respinge». E avanti ancora così, con l’Unione e i riservisti a quota fissa 162, l’opposizione che oscillava fra 155 e 145, perché ormai era evidente che non c’era più partita. Immancabile la comparsa di qualche sparuto pianista, non identificato, con Marini a denunciare che «c’è una scheda che vota da sola», sollevando un riso liberatorio. S’è catalizzata l’attenzione dovendosi votare l’emendamento per cancellare l’obbligo di bonifico bancario al dentista, inviso anche tra le file della maggioranza, ma questa ha retto col suo esile ma granitico 162, che sono appunto i suoi 157 più 5 dei laticlavi vitalizi. I quali non hanno battuto ciglio nemmeno all’annuncio in aula di Renato Schifani, capogruppo forzista, di una proposta di legge per togliere ai senatori a vita il diritto di voto. Infine alle 21, dopo un’ora di blocco, e «di confronto» come suol dirsi, sul Ponte di Messina, è stato bocciato anche l’ordine del giorno che avrebbe accontentato l’autonomista siculo Giovanni Pistorio.
La maggioranza è felice, «perché abbiamo dimostrato che anche al Senato possiamo farcela, senza fiducia», come dice Anna Finocchiaro. L’opposizione è delusa, perché gli altri hanno retto. Russo Spena consola l’avversario: «Non potevamo cambiare il decreto perché scade il 2 dicembre e la Camera che è in riposo non ha tempo per recepire modifiche: si andrebbe all’esercizio provvisorio. Però questo sul decreto è un segnale di collaborazione per la Finanziaria». Sì, un segnale: respinti tutti gli emendamenti e accolti a consolazione un pacco di odg e «raccomandazioni» al governo. Il quale archivierà senza nemmeno leggerli.